giovedì 13 aprile 2017

Manualità



Avere una buona manualità, un sapere incorporato che si esprime al massimo grado nell’uso esperto delle proprie mani nel costruire un manufatto, o nel ripararlo, in un mondo sempre più tecnologizzato, non è più un requisito indispensabile per poter salire la scala sociale. “I lavori manuali non godono di grande considerazione. Perché non ti dedichi a qualcosa di intellettuale? Non sarebbe meglio se tornassi a scuola e ti prendessi una laurea?” CRONACHE DEL DOPOBOMBA (1963). Il sapere manuale può addirittura essere visto come un pericolo, un’abnormità: “Quest’uomo è diverso. Sa aggiustare tutto, fare tutto. Non si serve della conoscenza, della scienza, cioè di una serie di nozioni ordinatamente classificate. Non sa nulla. Nella sua testa non esiste alcuna traccia di cultura, di preparazione. Lavora per intuizione… il suo potere è nelle sue mani, non nella sua testa. È una specie di jolly, un factotum. Le sue mani! Come un pittore, un artista. Tutto nelle sue mani…” L’UOMO VARIABILE racconto del 1953. Può addirittura fomentare rivolte, come in  VULCANO 3 (1959-60):  “-Porrà termine alla setta della tecnocrazia?- domandò Fields. –Il mondo non deve essere più forgiato a misura di soli esperti, gestito da e per coloro che vedono nella conoscenza verbale l’unica religione. Sono più che stufo di quella roba mentale; mi dà la nausea… Come se abilità manuali quali tirare su un muro non possono costituire un degno argomento di conversazione. Come se tutta la gente che lavora con le mani…- Si interruppe. –Sono stanco di vedere sminuito questo genere di persone.-“ Oppure può essere un buon motivo per andarsene, evadere in un altro mondo, un’utopia che potrebbe però rivelarsi, alla fine, un incubo: “Vuoi cominciare una nuova vita, per servirti della tua mente e delle tue mani, dei doni che Dio ti ha dato? Pensaci, amico, pensaci bene. Che cosa te ne fai di quelle mani, di quelle capacità, in questo momento? Eh? Che cosa te ne fai?- Cosa se ne stava facendo lui? Premeva bottoni con le mani, bottoni, uno dopo l’altro, quando si accendeva una luce verde sul cruscotto. Lavoro di verifica e manutenzione, in una linea automatica pubblica. Bottoni, luci verdi, bottoni. Un lavoro che qualsiasi macchina avrebbe fatto meglio di lui. E, in effetti, c’era una macchina che accendeva luci verdi, e un’altra macchina che controllava se il suo lavoro veniva svolto nella maniera migliore, e un’altra macchina…” UTOPIA, ANDATA E RITORNO (1963). La manualità ha un gran peso nell’opera di Dick; come scrive Antonio Caronia: “La sua narrativa abbonda (…) di artigiani: gente che lavora la materia (dal legno, ai metalli, all’argilla), riparatori, intagliatori, bricoleurs, vasai. (…) Insomma, non ‘belle arti’ ma ‘arti applicate’ (come si sarebbe detto ancora cinquant’anni fa). È un campo di attività in cui confluiscono abilità tecniche, e anche artistiche ma, Dick ne è convinto, non capacità scientifiche.” 1 Ma questo non deve farci cadere nell’equivoco di un Dick arcaico, che vuole tornare ai vecchi consolidati valori del passato. Un Dick recalcitrante a voler entrare nella modernità; anche l’esaltazione della manualità può aver fini ben poco nobili: “Un giorno venne il dottor Todt e ispezionò quello che aveva fatto il nostro gruppo. E mi disse: -Hai delle buone mani-. È un grande momento, Juliana. La dignità del lavoro; le loro non sono semplici parole al vento. Prima di loro, prima dei nazisti, tutti guardavano dall’alto in basso il lavoro manuale; anch’io. Aristocratici. Il Fronte del Lavoro ha posto fine a tutto questo. Per la prima volta ho visto le mie mani.” LA SVASTICA SUL SOLE (1961). Ma forse in Dick più che un ipotetico rifiuto della scienza o del mentale c’è il rifiuto di considerare questi come incorporei, immateriali, pure astrazioni. Il sapere, che ci piaccia o no, è sempre qualcosa che si fa corpo. In alternativa c’è solo la malattia, come nel pianista Kongrossian I SIMULACRI (1963) che con la forza del pensiero sostituisce le mani per suonare, ma che inevitabilmente sprofonda nell’invisibilità.


Nota 1: Antonio Caronia e Domenico Gallo, Philip K. Dick. La macchina della paranoia, Agenzia X, Milano, 2006, p.101.

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