domenica 29 agosto 2021

I simulacri

 


Nei «Simulacri» Philip Dick immagina un regime totalitario nel quale il presidente non è umano ma un androide. Tutto il potere ai media... ma è solo fantascienza di Antonio Caronia

Finito di scrivere nell'agosto del 1963 e pubblicato l'anno seguente, The Simulacra fa dunque parte di quella intensa e fortunata stagione (la prima metà degli anni Sessanta del XX secolo) in cui Dick scrisse alcune fra le sue opere migliori, da L'uomo nell'alto castello a Noi marziani, da Le tre stimmate di Palmer Eldritch a In senso inverso (Counter-Clock World). Curiosamente, è anche uno fra i romanzi di Dick che ha avuto più traduzioni in Italia, e più prefazioni: due di Carlo Pagetti (una nell'edizione Nord del 1980, l'altra in questa nuova edizione Fanucci nella collana «Opere di PKD«), una di Sergio Cofferati, e, ultima in tanto Olimpo, addirittura una del sottoscritto (edizione Nord del 1994). Aggiungiamo che uno dei due capitoli che lo psicologo Giorgio Concato dedica a Dick nel suo libro L'angelo e la marionetta (Moretti&Vitali 1996) riguarda proprio questo romanzo. E tanto basti per la bibliografia. I simulacri è un romanzo insieme tipico e atipico per Dick: presenta infatti una concentrazione quasi abnorme di temi, situazioni e figurazioni caratteristiche del nostro autore. Lawrence Sutin scrive che «fra tutte le trame di Phil, questa è forse la più complessa. Purtroppo I simulacri è un'opera affascinante che spreca troppe delle sue migliori idee». Non mi sento di sottoscrivere quest'ultima affermazione. Certo, il piccolo miracolo di incastro e di calibratura delle varie storie in L'uomo nell'alto castello (un libro paragonabile, quanto a complessità di sottotrame) qui non si ripete. Ma lo stesso Sutin è costretto a riconoscere che certe scene «si situano fra le migliori delle opere di Phil degli anni Sessanta». E il romanzo, aggiungo io, contiene almeno due tra i personaggi più memorabili dell'intera opera di Dick (Nicole e Kongrosian). Che cosa racconta I simulacri? Racconta di un mondo ancora una volta (come in L'uomo nell'alto castello) dominato dai nazisti, stavolta però in associazione con i nordamericani: lo stato egemone nel mondo sono infatti gli USEA (Stati Uniti d'Europa e d'America), il cui presidente (der alte, il vecchio, detto in tedesco) si elegge come al solito ogni quattro anni. Ma non è lui a rappresentare la continuità del potere, bensì la first lady Nicole, che sposa i presidenti uno dopo l'altro, appare in televisione, ispira le mode culturali e sociali, assurgendo a principio unificatore della nazione non solo sul piano politico, ma anche esistenziale e ontologico. Sono diversi, infatti, i personaggi del libro convinti di esistere solo perché Nicole li guarda, o ha sentito parlare di loro. Nicole (che lo stesso Dick dichiarò di aver immaginato ispirandosi a Jacqueline Kennedy) ci introduce quindi a uno dei temi centrali del libro, quello dei media come garanti e costruttori della realtà. L'altro tema centrale, anch'esso tipicamente dickiano, è quello del segreto. La popolazione degli USEA risulta infatti rigidamente stratificata, divisa tra i Ge (la minoranza dominante) e i Be (la maggioranza dominata). I Ge sono i Geheimnisträger, i detentori del segreto, i Be i Befehlträger, gli esecutori degli ordini. Il segreto che fonda lo stato è quello della vera natura dei presidenti, che non sono esseri umani, ma appunto sim, simulacri (androidi insomma) costruiti dal monopolio tedesco Karp und Sohnen Werke. E poi (segreto nel segreto, che verrà svelato nelle ultime pagine del libro) neanche Nicole è colei che appare: è solo un'attrice stipendiata, che nella resa dei conti finale tra potere politico ed economico viene brutalmente estromessa. Buona parte del libro riguarda infatti le lotte interne all'élite dominante, tra burocrazia statale e monopoli economici, con l'intervento della società segreta «I figli di Giobbe» guidata da Bertold Goltz: anche quest'ultimo, alla fine, risulterà diverso da quello che sembrava. Fuori dalle stanze del potere, la piccola umanità che Dick satireggia o con cui solidarizza, ma che per il nostro rappresenta sempre una dimensione di «sostenibilità» della vita, una riserva potenziale, a volte anche minima, di speranza. Perché qui l'umanità (come in tanti altri romanzi scritti da Dick in questo periodo) è costretta dalla durezza delle condizioni economiche e sociali a emigrare su Marte, dove sarà assistita dai sim. Come in L'uomo nell'alto castello, anche qui una possibilità di riscatto dalle miserie della vita e dalla manipolazione del potere Dick pare intravederla nell'arte: ma non nella «grande» arte del musicista psicocinetico e paranoide Kongrosian, che in un memorabile duello finale con il capo della polizia segreta Pembroke rovescerà se stesso nell'universo e assorbirà l'universo entro se stesso. Piuttosto nel piccolo e modesto artigianato dei due suonatori Miller e Duncan, o nella musica quasi etnica e marginalizzata dei chupper, esseri deformi che vivono nelle paludi e proiettano su tutto il libro un'immagine misteriosa e ambivalente. La speranza è a volte poco più che una fioca candela, nelle narrazioni di Dick: ma egli non ce la fa mai mancare.

I simulacri di Philip K. Dick a cura di C. Pagetti, trad. di M. Nati, postfazione di Jean Baudrillard Fanucci.

L’Unità 29 dicembre 2002 (nell’edizione Nazionale nella sezione Cultura p. 26)

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