giovedì 27 aprile 2017

Paura



Esistono diverse forme di paure: la paura che ti fa confrontare con la realtà costringendoti a prendere delle decisioni, che però non sempre possono essere facilmente trasmesse agli altri, come nel racconto del 1954 COLAZIONE AL CREPUSCOLO “Tim non riusciva a rispondere. Loro non avrebbero capito, perché non avrebbero voluto capire. Non avrebbero voluto sapere. Avevano solo desiderio di essere rassicurati. Lo leggeva nei loro occhi. Paura. Miserabile, patetica paura. Avevano la sensazione di qualcosa di orribile… e avevano paura. Scrutavano il suo viso in cerca di aiuto. In cerca di parole di conforto. Di parole che avrebbero scacciato la loro paura.” C’è la paura che annichilisce, impedendo l’azione, impedendo di vivere una vita degna di chiamarsi tale: “La paura può portare a commettere più errori dell’odio o dell’invidia. Se hai paura, non ti butterai mai completamente nelle braccia della vita. La paura ti spinge sempre a frenarti in qualcosa.” SCORRETE LACRIME, DISSE IL POLIZIOTTO (1970). E c’è una paura che fa correre all’indietro la lancetta del tempo, quasi a ripercorrere a ritroso la strada dell’evoluzione: “La paura lo privò della sensazione di essere umano, di essere un uomo. Non era una paura umana quella, era la paura di un piccolo animale. Lo rigettò indietro, trasportandolo in ere passate, Sradicò dal presente il suo io, il suo essere. Dio, pensò Joe, la paura che sto provando è una paura vecchia di milioni di anni.” GUARITORE GALATTICO (1967). E la paura dell’esistenza in sé, quella che ci portiamo dietro fin dalla nascita, inseparabile compagna della vita: “Quando considero il breve arco della mia vita, inghiottito nell’eternità che lo precede e lo segue, il minuscolo spazio che io occupo, o addirittura vedo, sprofondo nell’immensità senza fine di spazi che non conosco. E che non mi conoscono, provo paura.” (…) “Era paura come condizione esistenziale assoluta: la base stessa della sua vita. Era stato separato, strappato via da una qualche fusione che noi non potevamo immaginare… almeno in quel momento.” L’ANDROIDE ABRAMO LINCOLN (1962). E infine la paura delle creature inermi, che vorrebbero potersi esprimere, e patire, come gli umani, ma non possono: ROOG racconto del 1953 “Parla della paura; parla della lealtà; parla di un’oscura minaccia e di una brava creatura che non riesce a comunicare a coloro che ama la consapevolezza di quella minaccia.” (Philip. K. Dick). 

lunedì 24 aprile 2017

Esegesi 16 - Un primo bilancio



"L'opera è qualcosa di più dell'opera:
il soggetto che scrive fa a sua volta
parte dell'opera."
Michel Foucault

Ho provato, nelle quindici puntate precedenti, a sondare alcuni possibili percorsi da intraprendere per cominciare a orientarsi nell’intricata materia mentale dell’Esegesi dickiana. ‘Autolavaggio spirituale’, ‘montagna di spazzatura’, comunque la si voglia definire questo enorme lavorio intellettuale che Dick ha partorito nelle notti che dalla sua esperienza del 2.3.74 proseguiranno fino alla sua morte nel marzo del 1982, difficilmente possono essere liquidate come farneticazioni di una mente psicotica o in preda alle allucinazioni derivate da farmaci e droghe. Comparando questo enorme flusso di coscienza narrativa con le sue opere risulta impossibile non vederne i forti intrecci che li legano assieme. Quella narrativa che Antonio Caronia non ha esitato a definire, senza mezzi termini, filosofica è un dispositivo capace di interrogarci sull’oggi più di quanto facciano tanti discorsi più propriamente filosofici. Come ha scritto Michel Foucault: “L’uomo di lettere, colui che scrive, nella nostra società, è come il folle del re; perché, dopo tutto, che cos’è la letteratura? Un uomo di lettere, un romanziere, inventa una storia, non racconta la storia, non dice le cose, dice qualcosa che non esiste, parla nel vuoto. Tuttavia la parola letteraria è fatta per svelare qualcosa che la pesante gravità dei nostri discorsi filosofici non può dire, e questo qualcosa è una specie di verità al di sotto della verità. Sapete bene, dopo tutto, che il destino degli uomini è stato descritto meglio da un romanziere o da un uomo di teatro che non da filosofi e scienziati”. Una verità sotto la verità, quella che ci governa, che agisce nelle nostre vite, nei nostri corpi. Scrivere per la verità, come ha dichiarato di fare lo stesso Dick, comporta vivere una vita senza protezioni, utopiche o trascendentali che siano; significa oggi, in un mondo, un po’ troppo frettolosamente definito come disincantato, attrezzarsi per costruirci una sorta di ‘materialismo dalle spalle larghe’, un materialismo paradossalmente spirituale. E Dick è uno di quegli artigiani, che sembrano provenire dal futuro per rifornirci degli strumenti necessari a far si che al nostro presente non succeda di regredire nel passato come tragicamente succede nel mondo di Ubik. La funzione dell’autore, o meglio, la funzione-autore (è lo stesso Dick che dubita si possa parlare dell’esistenza dell’autore in quanto tale)  sembra essere proprio questa: rendere conto delle proprie esperienze, per Dick quella cosiddetta ‘mistica’ del 2.3.74, (ma per altri possono valere diverse esperienze limite o vissute come tali) sapendo che sarà un tentativo fallimentare ma che comunque deve essere fatto. Perché questo è l’unico modo per ottenere un mutamento spirituale per essere capaci di crescere cambiando. Che Philip K. Dick nell’ultima fase della sua vita si sia fatto prendere da manie religiose è un favola; il religioso, la fuga dalla realtà, la trascendenza consolatoria alligna in tanti contesti, anche in quelli reputati più laici, di quanto non sembri. Ma proprio in questa mole di interrogativi, di messa in discussione dei propri credi, delle proprie e altrui teorie, esaltazioni di risposte trovate e delusioni conseguenti, si tocca con mano la capacità e il coraggio di avere un rapporto con la realtà, nella coscienza che per quanto illusoria questa possa essere, i suoi effetti su di noi sono indiscutibilmente reali. Scetticismo e pragmatismo sono indubbiamente inscindibili in Dick. Non c’è nessun ‘pacco’ di  cose inutili in Dick; che ci piaccia o no continuiamo (pur se spesso a nostra insaputa) a interrogarci sul senso, sul significato e il destino della nostra vita. È un’interrogazione destinata al fallimento, ma senza questo fallimento continuo, la vita cessa di esistere.

Si interrompe qui questa prima parte di questo lavoro, si riprenderà a SETTEMBRE con un "Indice analitico ragionata dell’Esegesi". Un elenco di voci che cercheranno di mettere in evidenza alcuni tra i temi più importanti che attraversano l’Esegesi: amore, arborizzazione, campo, causalità, computer, conoscenza, Dio, entropia, esperienza, evento, evoluzione, fantascienza, figura/sfondo, film, filosofia, futuro, identità, informazione, labirinto, libertà, logos, marxismo, memoria, mimetismo, misteri, ologramma, paradosso, psicosi, realtà, sofferenza, sordo, tempo, verità e forse qualcun altro ancora.



giovedì 20 aprile 2017

Spaesamento



"-Qualcosa non va- affermò Ragle.
-Non dico in te, in me o in altre persone.
Dico in generale.- -Il tempo- citò Ragle
è fuor di sesto.-"
Tempo fuor di sesto (1958) 

“Eccolo. Impresso a caratteri neri sulla carta giallastra. Lo sfiorò con le dita, muovendo le labbra in silenzio. Avevano chiamato suo padre Donald anziché Joe. E l’indirizzo era sbagliato. Il 1386 di Fairmount Street invece del 1724 di Pine Street. Il nome di sua madre era indicato come Sarah Barton, mentre era Ruth. C’era tuttavia la cosa fondamentale. Theodore Barton, del peso di tre chili e mezzo, venuto alla luce al Country Hospital. Anche questo era sbagliato però. Era una notizia alterata, distorta. Ogni cosa era stata deformata.” LA CITTA’ SOSTITUITA (1953)
Piccole cose, dettagli, particolari che non quadrano. Sono questi i sintomi di una malattia che ha per oggetto il mondo in cui viviamo; che dovrebbe avere un aspetto che ci rassicura, ci conferma e che invece all’improvviso apre delle crepe, piccole fessure da cui sembrano trasparire scenari inconsueti o incoerenti. Lo sfondo in cui si colloca il nostro operare non sembra essere più lo stesso. Non più ovvio.
“Tutto sembrava sotto controllo. Sembrava… ma c’era qualcosa che non andava. Hamilton ne era convinto. Dentro di lui c’era la netta, sgradevole sensazione che qualcosa di importante fosse fuori posto.” L’OCCHIO NEL CIELO (1955)
“Avanzò lentamente ed entrò nell’ufficio interno. L’ufficio era stato cambiato. Ne ero certo. Alcune cose erano state alterate, mutate, riordinate in altro modo. Niente di ovvio, niente su cui potesse puntare il dito. Ma sentiva che era qualcosa di diverso.”  SQUADRA RIPARAZIONI racconto (1954).
“-Sono in un mondo sfasato- pensò. –Le cose stanno diventando strane.-“ DIVINA INVASIONE (1980)
Ma la cosa più inquietante in tutto questo è che i meccanismi di difesa, le strategie per riconquistare l’ovvio della vita, cioè l’abitudine delle cose consolidate, che sono così perché sono sempre state così, sembra essere in definitiva solo una strategia volta più a riconquistare l’illusione della realtà che la realtà vera e propria.
“Quello che mi spaventava a questo punto, pensò, è guardare fuori dalla finestra del mio appcon discreto e defilato e vedere l’uomo di Pechino che passeggia sul marciapiede, non da solo ma accompagnato da altri come lui.                                                                           Decise di non guardare, tanto per restare al sicuro. Di non affacciarsi per un po’. Invece si concentrò su quel che restava della sua colazione, per quanto insipida fosse diventata. Un compito da niente, ma familiare; lo aiutava a ripristinare la qualità simmetrica della realtà.” SVEGLIATEVI DORMIENTI (1963)
Il familiare non è la certezza del vero, è solo la consuetudine dell’abitudinario. Una diga, una barriera nei confronti di una realtà incerta, non scontata che incombe e può esondare.
“Sentiva in testa voci che cantavano sonore: una musica tremenda, come se la realtà che lo circondava fosse inacidita. Ora ogni cosa – le automobili veloci, i due uomini, la sua stessa auto con il cofano alzato, l’odore dello smog, la luce luminosa e calda del mezzogiorno – tutto era diventato rancido, come se il suo mondo si fosse tutto putrefatto. Non tanto divenuto all’improvviso, a causa di tutto ciò, pericoloso o spaventoso, ma piuttosto come se fosse nell’atto di marcire, sprofondare alla vista al suono all’odore. Sentiva voglia di vomitare, e chiuse gli occhi e rabbrividì.” SCRUTARE NEL BUIO (1973)
Il mondo non più appaesato non è un mondo falso, distorto, ma è al contrario il mondo che torna ad essere se stesso. L’umano che lo abita e lo rende abitabile deve sforzarsi e concentrarsi per farlo rimanere così come siamo abituati che sia.
“Avvertì il vuoto in modo ancora più acuto, perché attorno a lui ogni cosa era deteriorata.”
“Dove sono? Fuori dal mio mondo, dal mio spazio e dal mio tempo.”
“Questa condizione ipnagogica. La capacità di concentrazione diminuisce e prevale uno stato crepuscolare; il mondo visto semplicemente sotto i suoi aspetti simbolici, archetipici, del tutto confuso con il materiale inconscio. Tipico del sonnambulismo provocato dall’ipnosi. Devo smetterla con questo scivolare in mezzo alle ombre; rimettere a fuoco la concentrazione e quindi ristabilire il centro dell’ego.” LA SVASTICA SUL SOLE (1961)

"-C'è qualcosa che non va- disse Barton, scosso.
Cominciò a tremare. -C'è qualcosa di orribilmente sbagliato.-"
Tornando a casa  racconto (1959) 

lunedì 17 aprile 2017

ESEGESI 15 - La morte stessa morirà



“La morte stessa uccisa; la morte stessa morirà. Il miracolo promesso è alla fine giunto, nel tempo lineare.”(941) ‘Morte dov’è il tuo pungiglione? Tomba dov’è la tua vittoria?’ il leitmotiv paolino della ‘Lettera ai Corinzi’ che riverbera in numerosi romanzi dickiani cerca costantemente la sua risoluzione nelle infinite pagine dell’Esegesi: “Siamo addormentati, ma stiamo per svegliarci. ‘Non dormiremo tutti, ma saremo cambiati in un momento, in un batter d’occhio… e poi giungeremo a superare le parole che sono scritte: ‘Morte dov’è il tuo (…)’”(941) La promessa della morte, della stessa morte che cerca il suo avveramento: essere incinta di nuova vita, “la vecchiaia è gravida, la morte è incinta, tutto ciò che è limitato e caratteristico, fisso e pronto, precipita nel ‘basso’ corporeo per essere ripreso e rinascere.”1  Il ‘basso’ dickiano è il kipple, la spazzatura, l’immondizia, dove spesso Dick afferma vi trovi rifugio, alberghi il sacro. Non c’è risposta fuori dal verminaio della vita, dove morte e nuova vita si rincorrono in un ciclo ininterrotto. Il sacro non può prescindere dal terreno sporco e contaminato dell’umano. “Nel momento stesso in cui cedo alla tentazione di rispondere alla domanda: tu come te lo immagini l’al di là?, lo immagino sotto la suggestione che fa parte della cultura di un mondo di viventi. E non esco da questa prigione. Da questa prigione non è dato uscire se non contro la nostra volontà, con la morte.”2 E Dick è un o di quelli che non cede a questa tentazione. Non c’è né nei suoi romanzi né nei suoi scritti più privati, come l’Esegesi appunto, alcuna visione oltremondana. La morte non è una porta verso l’al di là, è sempre un morire interno alla vita. L’unico possibile superamento dell’eterno rincorrersi della vita con la morte è nella promessa offerta dal tempo lineare (il tempo dell’Occidente) di una fine dei tempi da realizzarsi con la resurrezione cristiana, piuttosto che con la realizzazione dell’utopia marxiana (la fine della storia ecc.). Ma, appunto, sono promesse e per di più consumate, ormai usurate tanto quanto l’idea di un tempo lineare, progressivo, il cui vero rischio è inevitabilmente quello della morte della morte e conseguentemente della stessa vita. Insomma, la morte pare non essere qualcosa di poi così imperituro; va protetta e vanno difesi i suoi prodotti: i morti. Di questi morti noi siamo i custodi e di questi morti noi siamo fatti. “Noi consistiamo di milioni di strati di accrescimento formati (aggiunti) nel corso di migliaia di anni: siamo come cirripedi. Viaggiamo lungo quest’asse spaziale di strati di depositi uno sopra l’altro e non facciamo che crescere e crescere (‘l’uomo contiene – non il bambino – ma l’uomo antecedente’ afferma Joe Chip3 e a ragione!)375

Nota 1: Michael Bachtin, L’opera di Rabelais, Einaudi, 19   p. 61
Nota 2: dall’intervista di Fausta Leoni a Ernesto De Martino in Religioni Oggi 1968

Nota 3: protagonista del romanzo Ubik (1966).

Tra 7 giorni: L'Esegesi 16 - Un primo bilancio

giovedì 13 aprile 2017

Manualità



Avere una buona manualità, un sapere incorporato che si esprime al massimo grado nell’uso esperto delle proprie mani nel costruire un manufatto, o nel ripararlo, in un mondo sempre più tecnologizzato, non è più un requisito indispensabile per poter salire la scala sociale. “I lavori manuali non godono di grande considerazione. Perché non ti dedichi a qualcosa di intellettuale? Non sarebbe meglio se tornassi a scuola e ti prendessi una laurea?” CRONACHE DEL DOPOBOMBA (1963). Il sapere manuale può addirittura essere visto come un pericolo, un’abnormità: “Quest’uomo è diverso. Sa aggiustare tutto, fare tutto. Non si serve della conoscenza, della scienza, cioè di una serie di nozioni ordinatamente classificate. Non sa nulla. Nella sua testa non esiste alcuna traccia di cultura, di preparazione. Lavora per intuizione… il suo potere è nelle sue mani, non nella sua testa. È una specie di jolly, un factotum. Le sue mani! Come un pittore, un artista. Tutto nelle sue mani…” L’UOMO VARIABILE racconto del 1953. Può addirittura fomentare rivolte, come in  VULCANO 3 (1959-60):  “-Porrà termine alla setta della tecnocrazia?- domandò Fields. –Il mondo non deve essere più forgiato a misura di soli esperti, gestito da e per coloro che vedono nella conoscenza verbale l’unica religione. Sono più che stufo di quella roba mentale; mi dà la nausea… Come se abilità manuali quali tirare su un muro non possono costituire un degno argomento di conversazione. Come se tutta la gente che lavora con le mani…- Si interruppe. –Sono stanco di vedere sminuito questo genere di persone.-“ Oppure può essere un buon motivo per andarsene, evadere in un altro mondo, un’utopia che potrebbe però rivelarsi, alla fine, un incubo: “Vuoi cominciare una nuova vita, per servirti della tua mente e delle tue mani, dei doni che Dio ti ha dato? Pensaci, amico, pensaci bene. Che cosa te ne fai di quelle mani, di quelle capacità, in questo momento? Eh? Che cosa te ne fai?- Cosa se ne stava facendo lui? Premeva bottoni con le mani, bottoni, uno dopo l’altro, quando si accendeva una luce verde sul cruscotto. Lavoro di verifica e manutenzione, in una linea automatica pubblica. Bottoni, luci verdi, bottoni. Un lavoro che qualsiasi macchina avrebbe fatto meglio di lui. E, in effetti, c’era una macchina che accendeva luci verdi, e un’altra macchina che controllava se il suo lavoro veniva svolto nella maniera migliore, e un’altra macchina…” UTOPIA, ANDATA E RITORNO (1963). La manualità ha un gran peso nell’opera di Dick; come scrive Antonio Caronia: “La sua narrativa abbonda (…) di artigiani: gente che lavora la materia (dal legno, ai metalli, all’argilla), riparatori, intagliatori, bricoleurs, vasai. (…) Insomma, non ‘belle arti’ ma ‘arti applicate’ (come si sarebbe detto ancora cinquant’anni fa). È un campo di attività in cui confluiscono abilità tecniche, e anche artistiche ma, Dick ne è convinto, non capacità scientifiche.” 1 Ma questo non deve farci cadere nell’equivoco di un Dick arcaico, che vuole tornare ai vecchi consolidati valori del passato. Un Dick recalcitrante a voler entrare nella modernità; anche l’esaltazione della manualità può aver fini ben poco nobili: “Un giorno venne il dottor Todt e ispezionò quello che aveva fatto il nostro gruppo. E mi disse: -Hai delle buone mani-. È un grande momento, Juliana. La dignità del lavoro; le loro non sono semplici parole al vento. Prima di loro, prima dei nazisti, tutti guardavano dall’alto in basso il lavoro manuale; anch’io. Aristocratici. Il Fronte del Lavoro ha posto fine a tutto questo. Per la prima volta ho visto le mie mani.” LA SVASTICA SUL SOLE (1961). Ma forse in Dick più che un ipotetico rifiuto della scienza o del mentale c’è il rifiuto di considerare questi come incorporei, immateriali, pure astrazioni. Il sapere, che ci piaccia o no, è sempre qualcosa che si fa corpo. In alternativa c’è solo la malattia, come nel pianista Kongrossian I SIMULACRI (1963) che con la forza del pensiero sostituisce le mani per suonare, ma che inevitabilmente sprofonda nell’invisibilità.


Nota 1: Antonio Caronia e Domenico Gallo, Philip K. Dick. La macchina della paranoia, Agenzia X, Milano, 2006, p.101.

lunedì 10 aprile 2017

ESEGESI 14 - Tracce di memoria dal futuro


“Ci stiamo facendo il culo al servizio di qualche struttura  assoluta, scopo, meta o bisogno; forse quello che ho visto è una creazione continua e noi siamo operai involontari collocati qua e là, come un milione di api attorno alla struttura, che martelliamo e seghiamo mettendocela tutta, e il progetto non ci è visibile (lo è solo all’architetto). Le nostre istruzioni sono in un qualche modo dentro le nostre teste… ho la netta intuizione, probabilmente giusta, che la nostra serie originale di engrammi, i molti programmi messi in cantiere e poi inibiti alla nascita, vengano continuamente aggiornati  e raffinati durante il sonno; mentre ognuno di noi dorme viene istruito attraverso lo stato del sogno: nel complesso le persone sembrano non soffermarsi mai sul fatto che molto spesso sembra che i sogni abbiano a che fare con il futuro. La ragione è ovvia: è nel futuro che i compiti di cui ci informano i sogni avranno luogo.”(128) Gli engrammi sono tracce di memoria, “modificazioni che avvengono nel cervello, sia fugaci sia durature, che risultano dalla codificazione neuronale di un vissuto”.  Praticamente si possono definire come contrassegni di un determinato evento e contribuirebbero “a rappresentare quel che noi soggettivamente viviamo come ricordo di qualcosa”.1 Ovviamente coabitano dentro il nostro cervello milioni di questi engrammi e il problema, che la scienza non ha ancora risolto, è di come alcuni di essi possano passare da uno stato di inattività latente a uno stato di attività che ci fa ricordare un dato evento. Questa attività cerebrale che per la scienza collega il passato con il presente per Dick collegherebbe il futuro con il presente. Queste istruzioni vengono reiterate nei sogni allo scopo di ripetere l’addestramento originale, quello che ci porterà a reagire in un dato modo quando un segnale apposito nell’ambiente ce lo segnalerà. Se per un errore si dovesse mancare un segnale spunterebbe  “fuori un intero universo alternativo”.(129)  Quindi l’engramma sarebbe un programma che dal futuro verrebbe a implementarsi nel passato di una persona per poter farla reagire in un dato modo in un determinato tempo. Un percorso prestabilito tracciato dai segnali necessari. La cosa importante però è che sono segnali disinibitori, cioè non innescano riflessi condizionati ma servono a portare alla memoria un addestramento (programma) originario, quel che si deve fare in quell’occasione. Tutto sommato un sistema alquanto macchinoso “un modo tutt’altro che economico e ordinato per Dio di gestire le cose.” In definitiva una programmazione troppo incline alla possibilità di un errore (di una libera scelta dell’individuo?).


Nota 1: Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria e del ricordo, Bruno Mondadori, Milano 2002, p. 164.

Tra 7 giorni: ESEGESI 15 - La morte stessa morirà

giovedì 6 aprile 2017

Telepatia


La telepatia è un tema  in Dick che ha una grossa affinità con quello della paranoia: “-Noi schizofrenici abbiamo questo problema, captiamo l’ostilità inconscia degli altri.- -Capisco. Il fattore telepatico. Con Clay andò sempre più peggiorando finché…- Lo guardò. –L’esito paranoide.- -È la cosa peggiore della nostra condizione, questa coscienza del sadismo e dell’aggressività sepolti e rimossi negli altri intorno a noi, perfino negli estranei. Come vorrei che non l’avessimo, lo percepiamo perfino nei ristoranti…-“ NOI MARZIANI (1962). Il telepate è effettivamente un mestiere molto difficile, in cui la capacità acquisita tramite l’addestramento e il duro lavoro risultano importanti forse ancor più delle potenzialità innate: “Un telepate doveva imparare ad avere la pelle robusta. In pratica, doveva imparare a sintonizzarsi sui pensieri consci, positivi, di un individuo, tralasciando la mistura assortita dei suoi processi mentali inconsci. Sbirciando in quella regione, si poteva trovare praticamente di tutto… e quasi in chiunque. Ogni dattilografo che transitava per il suo ufficio aveva pensieri fuggevoli di distruggere il proprio superiore per prendere il suo posto… e alcuni miravano anche più in alto; strutture mentali ricche di fantastiche illusioni personali esistevano anche negli uomini e nelle donne più miti…” NOSTRI AMICI DI FROLIX 8 (1968-9). E forse in realtà la telepatia è qualcosa che tutti possono imparare: “Secondo la teoria di convergenza di Balkani, esisteva una scorciatoia che consentiva un contatto tra le particelle di materia a prescindere dalla distanza che le separava. Era attraverso questo punto di convergenza che le vibrazioni dell’aura si trasformavano in telepatia a largo raggio. Quindi, sempre secondo questa teoria, Balkani era riuscito ad addestrare un discreto numero di persone – tra cui Percy X – rendendole capaci di penetrare la mente anche a distanze considerevoli. Di fatto, però, la teoria implicava che chiunque, nelle condizioni adeguate, avrebbe potuto stabilire un contatto telepatico. In fin dei conti tutti hanno una relazione con il punto di convergenza.” LA CONQUISTA DI GANIMEDE (1964). Oppure si può acquisire per caso: “Con un sospiro, il signor Lee disse: -La scatola empatica l’ha trasformata per un momento in un telepate involontario. È stato un colpo per lei.- Gli batté sulla spalla. –La telepatia e l’empatia sono due versioni della stessa cosa.” I SEGUACI DI MERCER racconto del 1964. Ma per i telepati di mestiere non è solo un lavoro duro e faticoso, è anche un mondo, una forma di vita da cui è impossibile separarsi (e nel caso lo fosse sarebbe estremamente doloroso): “Dai suoi occhi trapelava una sofferenza interiore. –Ormai è finita, è come diventare improvvisamente ciechi. Dopo l’intervento ho urlato e pianto per un sacco di tempo. Non riuscivo ad abituarmi e sono crollata.-“ LOTTERIA DELLO SPAZIO (1953-4). In ogni caso la telepatia vista da quelli che ne sono privi, risulta essere un potere malvagio e opprimente: “-Tutti odiano i Tel- disse Sally. –È un potere cattivo, sporco. Scrutare nella mente degli altri è come guardarli quando fanno il bagno o si vestono o mangiano. Non è naturale.- Curt sorrise. –Sono diversi dai Precog? Non puoi definire naturali nemmeno i nostri poteri.- -La precognizione ha a che fare con eventi, non con persone- disse Sally. –Sapere cosa sta per succedere non è peggio del sapere quello che è già successo.-“ nel racconto IL MONDO DEI MUTANTI (1954). E ancora: “-Sto captando molte stranezze nella sua mente- -Esca dalla mia mente- ribatté brusco Jason, con un senso di repulsione. Non gli erano mai piaciuti i telepati impiccioni, spinti solo dalla curiosità, e quel tipo non faceva eccezione.” SCORRETE LACRIME, DISSE IL POLIZIOTTO (1970). Ovviamente c’è anche chi si serve dei telepati, come, ad esempio, la polizia: “Un poliziotto stava estraendo una barretta telepatica, un sensore che avrebbe captato e registrato i suoi pensieri per dar modo alla polizia di controllarli.” GUARITORE GALATTICO (1967). Se ne servono perfino quelli che combattono i mutanti: “…i castrati telepatici tollerati perché erano utili nella difesa contro altri mutanti.” LE ILLUSIONI DEGLI ALTRI racconto del 1957. Ma per chiunque, anche per chi non ha nulla da nascondere, l’idea di poter essere violati nel luogo ritenuto più sacro e intimo, la nostra mente, risulta intollerabile: “-Le abbiamo inserito nella testa un trasmettitore telepatico che ci tiene costantemente informati.- Un trasmettitore telepatico, fatto con un plasma vivo che era stato trovato sulla Luna. Rabbrividì di disgusto. Quella cosa viveva dentro di lui, dentro al suo cervello, si nutriva, ascoltava, si nutriva…” nel racconto del 1966 MEMORIA TOTALE. E allora ecco che, anche sapendo di fare una cosa illegale, la voglia di opporsi, di resistere si fa avanti, costi quel che costi: “SALVE! QUESTO SCHERMO ANTISONDA LE VIENE INVIATO COI COMPLIMENTI DEL FABBRICANTE E NELLA SINCERA SPERANZA CHE POSSA ESSERE DI QUALCHE VALORE PER LEI. GRAZIE. Nient’altro. Nessuna ulteriore informazione. Aveva riflettuto a lungo. Doveva metterlo? Non aveva mai fatto niente. Non aveva fatto nulla da nascondere, nessuna slealtà all’Unione. Però l’idea lo affascinava. Col cappuccio, la sua mente sarebbe stata soltanto sua. Nessuno avrebbe potuto scrutarla. La sua mente sarebbe di nuovo appartenuta a lui, privata, segreta. Avrebbe potuto pensare come preferiva: una successione sterminata di pensieri a uso e consumo suo, e di nessun altro.” IL FABBRICANTE DI CAPPUCCI racconto del 1955. 

lunedì 3 aprile 2017

ESEGESI 13 - Oh Ho, Oh On


“Ci chiama alla ribellione
per la libertà,
il piccolo vaso d’argilla
che ha forgiato l’universo.”(859)

“Adoreremo il potere per sé, confondendo il potente con il sacro? Tutto quello che è colossale è un inganno. Nella spazzatura rifiutata scintilla la piccola, assennata, limpida voce. Possiamo ignorarla e adorare il potere. Ma l’ironia è che l’adorazione del potere ci deruba del nostro stesso potere: è tutto debitamente preteso da YHWH.1 Adorare il potere esterno significa perderlo da sé, la disparità diviene assoluta. Ho On aveva ragione: il vaso più umile è quello davvero più sacro.”(467) Il piccolo vaso d’argilla, oggetto umile e sacro, che si trova disseminato in numerosi romanzi di Dick2 evolve nella stesura dell’Esegesi da simbolo di una riconciliazione possibile tra ciò che è stato creato e colui che l’ha creato (ricordiamoci come “nella Cabalà, si parla di Shviràth hskrlin, di quei vasi rotti nel momento della creazione”)3 in una figura, all’opposto, di ‘ribellione per la libertà’. Il vasaio non ripara più, l’artigiano evolve nell’artista creatore e l’artista in colui che pensa e agisce la propria ribellione. Ovviamente questo è solo un’azzardata ipotesi interpretativa che vale quanto un’altra, o forse meno; rimane comunque che Oh On o Oh Ho è “il nome di una vaso d’argilla fatto da Dick per un amico” e che “in una precedente visione ipnagogica, Dick sentì il vaso, che si identificò come ‘Oh Ho’, che gli parlava in un tono arrogante e irritato di argomenti spirituali. In seguito Dick teorizzò che il nome ‘Oh Ho’ poteva riferirsi alla frase greca Oh On, che significa ‘Colui che è’. La frase ‘ho on’ appare in Esodo, 3:14, quando Dio si identifica come ‘io sono chi sono’ (nel greco della versione dei Settanta: egò eimi ho on).” (1278 glossario) Avere a che fare direttamente con ‘colui che è’ tramite un artefatto è già un atto di un rapporto diverso col trascendente, un atto materiale che comporta un fare e un disfare. “Sostituite ogni ‘è’ con ‘fa’ e l’ontologia svanisce.”(664) Forse non c’è atto di ribellione più grande!

Nota 1: “YHWH nella Bibbia ebraica il vero nome di Dio” dal Glossario p. 1293

Nota 3: Elie Wiesel, Credere non credere, La Giuntina, Firenze, 1986

Fra 7 giorni Esegesi 14 - Engrammi, tracce di memoria dal futuro