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venerdì 30 ottobre 2015

Antonello Silverini: In senso inverso


Il tempo della vita, la clessidra che si trasforma in cerchio. Dal lineare al circolare. Potrebbe dare un senso di pace, colmare l’ansia della linea retta che tende all’infinito, una traiettoria circolare che ritorna sempre a sé. Invece l’inquietudine permane. Questa figura femminile che ritorna bambina a giocare con il suo cerchio, quel millenario gioco diffuso nell’antica Grecia soprattutto tra le donne, non irradia pacificazione, equilibrio; permane una sorta di instabilità acuita da quello sfondo verdastro che domina sul tutto. Ed è proprio il cerchio della bambina infine ad alludere a un processo temporale che non può, comunque lo si veda, chiudersi su se stesso; l’ombra del cerchio riconfigura di nuovo il simbolo dell’infinito, dell’incessante divenire. Una bellissima interpretazione del mondo dickiano, che per quanto possa sembrare claustrofobico rimane ostinatamente aperto all’accadere, al possibile e quindi alla libertà.

Con questa 32^ puntata si conclude la panoramica delle copertine dickiane di Antonello Silverini. Quelle più propriamente fantascientifiche. E' stato un percorso emozionante e desidero ringraziare qui Antonello per il suo apprezzamento sincero e caldo.
Per vedere tutte le puntate vai all'etichetta Antonello Silverini in fondo. Per una singola copertina alla pagina Indice.

venerdì 23 ottobre 2015

Antonello Silverini: Svegliatevi dormienti


Ops! Scusate, mi sono distratto un attimo; mi sembrava di aver visto passeggiare un sinantropo nella via qui accanto. Stavo dicendo: -I want you!-  Si proprio tu, che stai dormendo. Tu puoi svegliarti e arruolarti tra i coloni del nuovo mondo. Questo manifesto in cui un redivivo zio Sam, colorato, abbronzato potrebbe dire qualche imbecille, non può che essere ripreso in movimento, con la testa che sta girando verso di noi e la mano che ci indica, ci addita, è un messaggio semplice. Proclama un tipo di patriottismo che si vorrebbe nuovo ma che inevitabilmente allude alla solita vecchia frontiera, territorio vergine, terra di libertà per tutti e soprattutto per chi si dimostra più capace. Immagine spiazzante, poco accattivante, sdrucciola come un messaggio pubblicitario che vorrebbe comunicare qualcosa in cui sembra non credere. Da un microfono all’altro, per intercettare bisogni e necessità diverse, il sogno americano scolora, l’utopia del benessere per tutti perde di consistenza e credibilità, come la bandiera a stelle e strisce che fa da sfondo. 

venerdì 16 ottobre 2015

Antonello Silverini: E Jones creò il mondo


Se c’è una cosa rispetto alla quale uno strumento come una chiave inglese non può essere utile è un oggetto a forma di sfera. Come afferrarlo, come stringerlo? Scivola via comunque, inesorabilmente. L’omino coi baffetti che faceva ridere tutti, fino a che un altro omino altrettanto piccolo e con gli stessi baffetti ha smesso di far ridere il mondo, presta qui, in questa copertina, la propria immagine per rappresentarci il dilemma, il dilemma forse insolubile dell’umanità. Come afferrare il reale, il mondo nella sua totalità, verità ultima, metafisica, insieme con la sua apparenza fenomenica, concretezza dell’esistere, avendo a disposizione solo lo strumento della logica, del conoscere razionale, certo? L’omino buffo, più indispettito che perplesso, sembra armato delle più serie intenzioni. Indossa anche un casco da minatore, a segnalare la sua disponibilità a scendere verso le profondità più estreme del sapere. Ma quel mondo, tenuto su più per quel pezzettino di nastro adesivo trasparente che per il dito esitante dell’omino, insieme a quell’arnese piantato in un inesistente terreno, privo di solidità alcuna, stanno a indicare lo scacco a cui l’umanità è condannata. Quell’inutile ricerca di una qualsivoglia fondata certezza che non sia quella dell’umile e precaria pratica dell’esistere quotidiano. 

venerdì 9 ottobre 2015

Antonello Silverini: Scorrete lacrime, disse il poliziotto


Si sa, il successo è una droga. In una prima e più facile lettura di questa copertina, la condanna, denuncia di un mondo eticamente discutibile è la cosa che si coglie più facilmente. Ma insomma, è un po’ troppo semplicistico. Avviciniamoci con un po’ di circospezione in più, osserviamo questo omino alla Baj che con un arto meccanico manovra una siringa che può iniettare (lacrime?) ma anche incidere (la voce che si amplifica col microfono?) in una sorta di occhio/disco. Non più il taglio del Bunuel surrealista; la visione della nuova modernità, post o post-post che dir si voglia, non cerca più in profondità, non taglia per cercare quel che c’è dietro, ma più prosaicamente incide la sola superficie. Registra, archivia sofferenze, miserie, paure, in definitiva i rumori della vita. L’essenza della vita di oggi e di sempre. 

Venerdì 16 ottobre: E Jones creò il mondo

venerdì 2 ottobre 2015

Antonello Silverini: Tempo fuori di sesto


Il tempo corre inesorabile. Come un autobus di linea imbarca passeggeri. Ma, stranamente, invece di vederli svanire man mano lungo il percorso del suo tragitto, è lui a svanire progressivamente. Il tempo tende a scomparire lasciando i suoi abitanti orfani, immobili in una sorta di ‘istantanea’ di un presente che, se pur congelato, tende a dilatarsi all’inverosimile. È un inganno che siano le cose a svanire col tempo. La fragilità del reale è pura apparenza; questo persiste nella sua essenza imperscrutabile. È il tempo che collassando lascia intorno a noi un deserto che sembra voler nascondere le cose, mentre invece le rende semplicemente irriconoscibili, spaesate, come appartenessero a un tempo fuori di sesto. 

giovedì 24 settembre 2015

Antonello Silverini: La conquista di Ganimede


Figura ambigua: una lumaca gigante copre la testa di una giovane donna, ma si può leggere anche come giovane donna con avveniristici occhiali stereoscopici  e una folta chioma di capelli spiralica. Questa ibridazione fantascientifico-barocca col rinascimentale “ritratto femminile” del Pollaiolo1 sembra alludere a quella “carica creativa dei due scrittori (o dello scrittore Dick) che sembra talvolta torcersi su se stessa _ come appunto si trattasse metaforicamente del corpo di un verme “ (Pagetti). Creatività espansa, multiforme o vermiforme, comunque ibridazione come essenza del lento e tenace lavorio dell’immaginazione. Copertina più propriamente fantascientifica di altre ma anche, per usare un aggettivo molto caro a Pagetti, con un carattere squisitamente parodistico rivolto agli stilemi del genere stesso.

venerdì 18 settembre 2015

Antonello Silverini: Valis



blu, le vedo intorno a me
blu, le mille bolle blu
che volano, mi chiamano, mi cercano
Amor
impazzisco di gioia
se vedo passeggiar
nel vento, le mille bolle blu
un bacio, ancora un bacio
si avvicinano
eccole eccole
sono qui.

Dolce, dolce creaturina con aureola, disposta a farti irretire dal mago incantatore. Nuovo stregone tecnocrate col corpo ripreso in una posa simile a quella dell’altro mago, l’alieno Palmer Eldritch; anche lui dispensatore di promesse di infinita felicità per tutti. E’ immagine di un irriverente kitsch, questa di Silverini, che condensa le tre opere che formano la cosiddetta trilogia di Valis. Certo si sa, seguendo Dick, il divino è più facile trovarlo nella spazzatura che nei luoghi ad esso deputati. Ma comunque, è un’immagine riuscita questa? Rende la complessità dell’opera più difficile , forse la più espressamente filosofica, di questo autore? Forse siamo di fronte alla rappresentazione di una tecnocrazia, nuova e sofisticata forma di religione solo apparentemente secolarizzata. Quel che è certo, del numinoso delle vecchie fedi monoteiste qui è rimasto ben poco. Bolle di sapone mosse da una specie di ciarpame tecnologico a forma semiumana e una piccola tenera figura che ancora vuole e cerca di farsi stupire, come l’umanità tutta, ancora infantile, che non può fare a meno dei trucchi di un qualche mago imbroglione. 

Venerdì 25 settembre 2015: La conquista di Ganimede

venerdì 22 maggio 2015

Antonello Silverini: Abramo Lincoln androide



Abbiamo qui il primo dei due romanzi dedicati da Dick  agli androidi; al contrario che in "Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?"  Silverini accentua in questo caso la componente meccanica, esaspera il lato robotico ad emblema dell’artificialità. Uomo, androide, robot, un’ambiguità che ben si sposa con l’ambiguità del personaggio storico, un liberatore di schiavi che li credeva comunque esseri inferiori. Come rendere figurativamente questa icona della verità non vera, dell’umano non umano, perfetta sintesi dell’ambiguità dickiana? Raffigurando la grandezza reale (fisica) dell’uomo Lincoln come handicap; ieratica figura, irrigidita su una sedia che funge da carrozzella guidata da un servomeccanismo che fa muovere i piedi a mo’ di ruote. Il farsi umano dell’artificiale, il divenire simbolo da parte di una reale figura storica, il materializzarsi e lo smaterializzarsi vengono resi qui in una serie di trasparenze. La poltrona (la staticità) che svanisce, gli arti inferiori (il movimento) che devono prolungarsi, quasi distaccarsi, per tentare di camminare. Il mezzobusto imbalsamato del presidente, di profilo, attonito, attesta la solitudine, in un’atmosfera grigio-sporco, della natura umana. Natura impossibile da definirsi una volta per tutte; processo di un complicato gioco di evanescenze, tentativi di stare e al contempo di andare.   

Il prossimo appuntamento il 22 settembre con Antonello Silverini - La trilogia di Valis.
Per chi fosse interessato il 28 maggio si inaugurerà la mia mostra (qui) e il 5 e 6 giugno si svolgerà un convegno su Antonio Caronia (qui) 

venerdì 15 maggio 2015

Antonello Silverini: Un oscuro scrutare


A colpo d’occhio sembrerebbe quasi la tuta di un’astronauta; una tuta piena di elio che a causa di uno strappo prende il volo, schizza via in una fuga incontrollabile. La abita una figura umana dal volto offuscato da una macchia bianca , ectoplasmica. E’ in realtà un alterabito che grazie a un sofisticato sistema “crittante” rende irriconoscibile chi la indossa. Unico segno di riconoscimento, una pianticella, un ben noto ramoscello di una pianta dai poteri stupefacenti, che sta come emblema, sulla mano destra, aperta, del fantoccio. Perché di un fantoccio si tratta, di un essere assuefatto dalle sostanze lisergiche, il cui emblema, appunto, lo identifica come vegetale; ultimo stadio di un processo di degradazione inarrestabile. Ma c’è anche qualcosa che resiste alla degradazione, qualcosa che allude al sacro. Un che di sacrificale, un essere umano crocifisso dalle cui stimmate di una mano spunta il virgulto della pianticella meravigliosa che offre consolazione a buon mercato. Immagine ambigua per un mondo di realtà ambigue, il mondo di Philip K. Dick, cioè il nostro. 

Venerdì 22 maggio: Antonello Silverini - Abramo Lincoln androide

venerdì 8 maggio 2015

Antonello Silverini: I simulacri


Enigmatica e misteriosa. Un cartello stradale indica una via a senso unico. Una giromobile…; questa è la meraviglia delle immagini di Antonello Silverini, quando non sai che scrivere, quale spiegazione darne, ti lasci andare e accetti di addentrarti in un immaginario ricco e generoso che ti permette comunque di dire qualcosa. Non c’è nessuna giromobile nel romanzo di Dick? Poco importa, sarà allora una cronosfera che viaggia nel tempo, ripercorrendo a ritroso quella inesorabile one way. Il pilota vintage, probabile reduce di un’arcaica pubblicità Pirelli, rimane inquadrato in una vecchia lastra per dagherrotipo tenuta su da un precario frammento di adesivo. Presi di per sé  sono elementi di una banale realtà, ma nel loro bislacco assemblaggio assecondano il compito che Jean Baudrillard assegna all’immaginario fantastico nella nuova era dell’iperrealtà, la nostra: “realizzare situazioni decentrate, modelli di simulazione e (…) ingegnarsi a dar loro i colori del reale, del banale, del vissuto, (…) reinventare il reale come finzione”1 Proprio come Silverini ha fatto sin dalle prime copertine dickiane.

1. Jean Baudrillard, Simulacri e fantascienza, Postfazione 

Venerdì 15 maggio: Antonello Silverini - Un oscuro scrutare

venerdì 1 maggio 2015

Antonello Silverini: Mr. Lars sognatore d'armi


Sì è lui, in primo piano, esaltato e tracotante. No, non è mr. Lars quello di cui stiamo parlando; mr. Lars ce lo immaginiamo affatto diverso. E’ l’uomo tipico, il rappresentante medio, più medio di tutti, l’uomo dal vestito grigio Surley G. Febbs, che Carlo Pagetti traduce in “Sorcey (perché ha qualcosa di sorcino, subdolo), O. (come Oronzo), Fosse, un banalissimo anagramma di Fesso.” Entusiasta sostenitore di quel mondo (reso da Silverini con quel colore rosa pallido pallido) in cui gli oggetti di consumo sono resi nella loro verità più drammatica, cioè quella di armi letali per la distruzione del mondo. A cos’altro corrisponde un sistema di valori che esalta lo sperpero e il consumo illimitato se non al desiderio di correre più velocemente possibile incontro alla fine. Penne missili, pecore bombe dalle fatali superpuzze; Sorcey O. Fosse non ci sta più nella pelle dalla gioia per la prospettiva di farla finita in fretta, con gli altri, con tutti quegli altri che noi siamo abituati a chiamare “gente”. Quella stessa gente di cui facciamo parte e di cui inevitabilmente condividiamo il destino. Ridi, ridi fesso Fosse!

Venerdì 8 maggio: Antonello Silverini - I simulacri

venerdì 24 aprile 2015

Antonello Silverini: Ubik



Facile, a prima vista, fin troppo facile cavarsela con la bomboletta spray per rappresentare il più importante, o comunque la si pensi, uno dei maggiori romanzi di Dick. Ma Ubik è una bomboletta spray ed è questa l’essenza di questo grande romanzo. Un essenza che si consuma, svanisce, scompare. Buttandola in filosofia si potrebbe dire che è la degna fine di ogni teoria essenzialista, che vede la realtà fondata una volta per tutte, ontologicamente certa e salda. Di questo dispositivo di realtà, ampiamente pubblicizzato come esergo a ogni capitolo, ben poco sembra rimanere saldamente afferrabile. La bomboletta spray, sfaldandosi, rivela parte del suo interno pieno di filamenti ingarbugliati. Uniche cose tangibili e apparentemente sicure sembrano essere quelle monete sparse qua e là. Quella manciata di trenta denari con cui si può comprare una vita e che qui molto più prosaicamente servono per aprire una porta, azionare un elettrodomestico, rendere possibile una qualunque azione quotidiana. Certo, emblemi di una società totalmente monetizzata, ma anche tracce, segni delle pratiche di vita; residui di una realtà concreta.


Venerdì 1° maggio: Antonello Silverini Mr. Lars sognatore d’armi

venerdì 17 aprile 2015

Antonello Silverini: Le tre stimmate di Palmer Eldritch


Elementare, semplice, l’idea figurativa di uno tra i principali romanzi dickiani si risolve in pochi elementi. La maschera antigas, richiamo all’incubo procurato al giovane Philip dal padre al ritorno dalla visione al cinema del film “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Un camice sgualcito, macerato, residuo, si direbbe, di un qualche scienziato pazzo tanto in voga nei film di fantascienza degli anni ’50. E infine un forchettone al posto di una mano; quasi una nota grottesca allusiva a un ben altrimenti letale artefatto, l’uncino del temibile avversario di Peter Pan. Copertina scarna ed essenziale che sbatte in “prima pagina” (la metà destra dell’immagine è quella che occuperà la prima di copertina) il dio che ci chiama con un gesto dell’unica mano integra e che con l’altra, un po’ ripiegata, seminascosta, esibisce il forchettone con cui pensa di divorarci. Un dio che conosce il galateo, che non sbrana ma che, con educazione, infilza. Intorno a lui il colore strappato del silenzio. Una collosa patina bianco verdastra che fa da contorno a questo dio della modernità. Un dio che sprofonda e fa sprofondare tutti nel delirio di un mondo a cui sembra non essere rimasto altro che divorare se stesso.


Venerdì 24 aprile: Antonello Silverini Ubik

venerdì 10 aprile 2015

Antonello Silverini: Follia per sette clan


Delle sette tassonomie psichiatriche, in cui sono divisi i membri dei rispettivi clan che formano la popolazione dell’ex-satellite manicomiale nel sistema di Alfa, Silverini ce ne propone quattro in prima fila. Sono i rappresentanti dei Para, degli Schizo, degli Os e dei Dep, cioè i paranoici, gli schizofrenici, gli ossessivi e i depressi. In una specie di atlante figurato i quattro malati psichici, se ci si sofferma sui loro volti, ricordano gli schedari medici dei manicomi otto/novecenteschi di triste memoria. La faccia piegata in una smorfia, lo sguardo assente, l’espressione vuota. Ma nelle loro figure a mezzo busto, con le camice di forza, strette, serrate, l’immagine ricorda anche il macabro scenario di quelle catacombe coi morti che l‘aria del luogo aveva provveduto a imbalsamare. Un muro di calce e di materiche incrostazioni fa da fondale alla loro ieratica noncuranza per la particolare forma di non-morte o di non-vita, come meglio si vuol definirla, in cui sono costretti. Un’astronave, un ufo li sovrasta; ma potrebbe essere una lampada che li inonda di quella luce spettrale che rende i loro volti così evanescenti e fantasmatici. Restano immacolate e fredde quelle tuniche a cui nessuna luce, per quanto abbagliante, può far scendere di intensità l’orrore della loro terribile funzione. Poco comico, poco parodistico, l’umorismo nell’immaginario che Silverini presta a Dick, è fatto di quel puro e tragico riso che conferisce all’esistenza la capacità di una sempre rinnovata resistenza.

Venerdì 17 aprile: Antonello Silverini Le tre stimmate di Palmer Eldritch 

venerdì 3 aprile 2015

Antonello Silverini: La penultima verità


   Ronzano gli aeroplanini rossi sopra l’omino dagli avambracci muscolosi, possenti, alla Popeye. La sua testa, fragile, da maneggiare con cura, oscurata nella parte superiore da una carta da pacco, lascia trapelare una faccia che sembra voler accennare a un sorriso. Anche la facciona che si staglia alla sua estrema sinistra presenta un sorriso; ma questa, al contrario dell’altro, è sfolgorante, seducente. Una faccia lunare piena, da circo equestre, disegnata su una parete a cui poggia una scala. Vibrano gli aeroplanini rossi, l’omone con la testa da omino attende paziente con le braccia conserte. Che attenda una faccia? Cerca anche lui, come gli altri compagni di Oz, ciò che gli manca? Ciò che pensa mancargli? La facciona lunare invitante lo esorta a salire; su da lei troverà ciò che cerca, la verità di ciò che cerca, qualunque cosa essa sia. Ma una freccia dispettosa, al contrario avverte che per salire verso l’alto occorre scendere verso il basso. Girano in tondo gli aeroplanini rossi, l’omone dalla calma fiducia medita sulla  penultima decisione da prendere. Un colore rosa seppiato si spande  grumoso sullo sfondo di questo mondo incerto e indeciso  quanto l’omone che l’abita. 

Venerdì 10 aprile: Antonello Silverini Follia per sette clan                                                                                                            

venerdì 27 marzo 2015

Antonello Silverini: L'occhio nel cielo


L’omino gobbo, il ferro di cavallo, la civetta, un cornetto, uno scarabeo e tanti altri simboli su altrettanti foglietti di carta attaccati all’interno di una giacca e sulla maglietta di un signore, un uomo dal volto oscurato dall’ombrello che tiene aperto per l’evenienza di un improvviso temporale. Prevenzione, prudenza, meticolosa assicurazione contro i possibili inconvenienti della vita. L’uomo si apre, evidenzia la sua natura fragile, paurosa nuda vita; il trance, soprabito che si spalanca è gesto di scandalo, già usato da Karel Thole per un altro romanzo dickiano, “Redenzione immorale”1 . Come per il sesso che il vecchio satiro mostra alle fanciulle che passeggiano indifese nei parchi, Silverini ci spiattella in faccia  qualcosa di altrettanto scandaloso, una miriade di simboli al servizio di colei che rende la nostra vita soggetta al dominio del puro caso, la fortuna. L’immagine è forte, atterrisce e attrae allo stesso tempo; appartiene a quel caravanserraglio delle immagini da circo, di illusionisti e ciarlatani di strada, pronti a venderci, con le loro chincaglierie, illusioni di felicità. Il mondo circostante è cupo, turbolento, macerato da tutte quelle utopie umane andate a male. Ma la cosa più inquietante è quella mano che tiene aperta la giacca e allunga il braccio in modo inverosimile. Anche la stoffa si allarga, ma al posto di nuovi oggetti, di nuove offerte simboliche, un buco. La stoffa si lacera, al troppo tirare, la realtà, infine scompare.

(qui) 

venerdì 3 aprile - Antonello Silverini: La penultima verità

giovedì 19 marzo 2015

Antonello Silverini: Deus Irae


Figura ieratica l’Ofelia che ci propone Silverini per il Deus Irae di Dick e Zelazny. Opera ghiotta di teologia postmillenaristica; è ancora possibile un credo religioso dopo la fine del mondo? Le motivazioni per la scelta di questo personaggio femminile sono raccontate dallo stesso Silverini in una sua intervista1 “questa tavola è il frutto di una suggestione. Nella prefazione di Carlo Pagetti si parla di –(…) parodia in chiave postmoderna di Alice in Wonderland- e ancora nella quarta di copertina troviamo –Ed eccola che arriva, i capelli fulvi e l’ossatura talmente sottile da fargli sempre credere che potesse spiccare il volo…- Questa donna è (cito ancora Pagetti) -…Lurine Rae, la ragazza dai capelli rossi che assomiglia a una strega, L’Ofelia del mondo postapocalittico abbandonata da quell’improbabile Amleto che è Pete-. Trovarmi di fronte a una possibilità immaginifica così varia, questa specie di antologia letteraria di citazioni e contaminazioni, è stata per me una tentazione irresistibile; quello che volevo che venisse fuori, quindi, era un’immagine poetica, evocativa, mi sono rifatto a un immaginario pittorico preraffaellita cercando di evitare un’estetica ‘fantasy’ che detesto profondamente.” Tanto basterebbe, ma forse possiamo aggiungere ancora qualcosa. Innanzitutto è questa un’Ofelia dickiana, cioè tutt’altro che remissiva, succube e condannata; sembra fatta piuttosto della stessa fredda enigmaticità del gatto del Cheshire che stringe tra le braccia e a cui pizzica con noncuranza un orecchio. Allo sguardo fisso e vitreo del gatto contrappone però uno sguardo altero, se non proprio sprezzante. L’abito scuro, sfumato, a cono, la definisce idolo, figura mitica di antichi poteri arcani, ma anche di antiche e accese passioni, come il rosso vivace della fluente chioma sembra confermare. Una chioma fiume, il fiume di Ofelia; ma anche qui un fiume non adatto a trasportare corpi di remissive e giovani fanciulle, quanto piuttosto, col suo turbinio vorticoso, il denso sangue della storia del mondo. Ed ecco, alla fine, tra due volute dei capelli comparire due occhi, deliranti; gli occhi folli del demiurgo creatore di un mondo senza senso e senza scopo. Silverini per contro, improvvisandosi a sua volta nel ruolo di demiurgo, cerca di ridare forma e quindi senso al riproporsi incessante di queste vecchie, consunte ma pur sempre tragiche, storie.


Venerdì 27 marzo: Antonello Silverini - L'occhio nel cielo

giovedì 12 marzo 2015

Antonello Silverini: Il trittico del gioco


Una sfida! Come si fa a parlare di un’immagine che è servita per illustrare tre copertine di tre diversi romanzi dickiani? Un’immagine sola concepita per tre diverse storie. Un’immagine unica da smembrare, da suddividere, da piegare a tre esigenze narrative che hanno solo vagamente come minimo comun denominatore il gioco. Il gioco è per “Lotteria spaziale” quel sistema di lotteria del potere su cui si basa l’elezione del Quizmaster, l’essere umano designato dalla sorte a governare il mondo. In “I giocatori di Titano” è il gioco d’azzardo che gli alieni padroni della Terra, i Vug, ectoplasmi abitanti di Titano, hanno insegnato ai terrestri resi sterili dalle radiazioni della guerra, per operare una specie di scambismo delle coppie e aumentare la possibile fertilità. E infine “Nostri amici di Frolix 8” in cui il gioco è rappresentato dal sistema usato per rendere possibile la scalata sociale ed è basato su una serie di test, che poi si riveleranno truccati. A prima vista, quella di Silverini, sembra una operazione al risparmio e forse, chissà, in parte può essere stata dettata da una possibile stanchezza, un bisogno di risparmiare energie nella lunga e laboriosa avventura di illustrare tutte le copertine di Dick. Certo è che se i tre romanzi in questione perdono il privilegio, che gli altri hanno avuto, di un’attenzione mirata, per contro il corpus dell’opera dickiana acquista una focalizzazione particolare su uno dei temi cardine che sottende l’intera filosofia della narrativa dickiana. Quella del caso, del fortuito, del gioco appunto.1 Se mai fosse necessario scegliere un’immagine per un ipotetico cofanetto contenente tutti i romanzi di Dick, questa sarebbe la cover più appropriata. “A Dio piace giocare”2 e Dick non perde occasione per ricordarcelo. Il tappeto magico che ospita il gioco dei monopoli con al centro un cerchio che sembra alludere alla roulette contiene tre personaggi, due specie di croupier e un signore di spalle seduto su una mazzetta di fiches  di carta. Ognuno di loro occupa una porzione di spazio che seguirà la naturale divisione per le tre copertine. Particolare curioso ma accattivante, l’uomo in alto, seduto su uno sgabello, a seguito del taglio sembrerà più un pescatore con la lenza che un croupier intento a raccattare i soldi con il suo rastrello. Un pescatore triste, alla Keaton, per la copertina di “I giocatori di Titano”. In piena conformità con l’idea del romanzo di una ricerca spasmodica di futuro, di un futuro che per questa umanità stanca e sfibrata si configura nella ricercatissima e improbabile capacità di procreare nuovi eredi alla razza umana. Attesa di una pesca tanto meravigliosa quanto inutile. Al centro invece si concentra il turbine del gioco vero e proprio, la necessità di aver fortuna. Il croupier ha il volto basso, intento nel suo lavoro rivela fattezze d’automa. E’ un gran gioco quello di “Lotteria spaziale” per un potere fine a se stesso, che più che di prevaricazione sa di morte; il gioco finale, l’ultimo. E infine l’omino pensieroso della porzione in basso, che servirà per “Nostri amici di Frolix 8”, probabilmente è assorto in un sogno, nell’inutile sogno di qualcuno che dall’esterno, da qualche parte lassù, ci venga a salvare.

2 Philip K. Dick, Divina invasione, 1980

Venerdì 20 marzo: Antonello Silverini - Deus Irae 

venerdì 6 marzo 2015

Antonello Silverini: Labirinto di morte


Un coniglio giallo alla Gromit con una grezza struttura corporea di plastilina. Il pupazzo, sdraiato su un letto di sabbia e crateri, si tira su con le zampe anteriori; osserva, un po’ stupito, con quella sua testa dalle enormi orecchie, gli oggetti appesi a un filo che si stagliano davanti a un cielo fondale rosato con stampigliato sopra un pianeta (la terra?) e un saturno con tanto di anelli. Alle cordicelle sono appesi una pistola giocattolo, alcune stelle e una sagoma di falce lunare. Un’immagine spaesante per uno dei romanzi più torbidi e cupi dell’intera produzione dickiana. Così spiazzante e terribile, che ci inchioda tutti, come quel simulacro animale, a osservare increduli un universo, un mondo, una realtà che sempre più ci appare fittizia, assurdamente falsa. Che ci si presenta sì come un gioco, come qualcosa che vuole allettarci, ma che alla fine ci rende cavie e, sempre più, cavie tragicamente consapevoli dell’inutilità del soffrire che questo ‘gioco’ alla fine ci procura. E’ una burla questa di Silverini che gioca a inquietarci con una copertina bambinesca fatta della crudeltà dell’immaginario infantile.


Venerdì 13 marzo: Antonello Silverini – Trittico del gioco

venerdì 27 febbraio 2015

Antonello Silverini: Noi Marziani


“Una creatura vivente, un vecchio, solo dal petto in su, il resto era un groviglio di pompe, tubi e quadranti, un macchinario incessante attivo che ticchettava.” E’ Manfred, il bambino autistico nella sua “apparizione finale come uomo-macchina, fatto di carne e metallo” (Pagetti). Una visione insostenibile che provoca la fuga della madre nella notte marziana. Tutti ingredienti per un’immagine forte, con tutte le possibili commistioni da incubo incarnato a cui la moderna cinematografia fantascientifica ci ha abbondantemente assuefatto. La soluzione di Silverini scarta il facile immaginario cyborg-horror, pur privilegiando il tema corpo-macchina, presentandoci il Manfred bambino seduto su una antiquata sedia da barbiere in uno stile che evoca le figure infantili di Norman Rockwell e il macchinario accozzaglia di ingranaggi, pompe, fili, un obsoleta macchina da scrivere e altro non meglio identificato collegato a un grosso orologio. Nell’insieme, guardando a occhi socchiusi, sembra configurarsi una mappa, una sorta di carta con una bussola posata su di essa. La carta di un pianeta, Marte, con i suoi canali, alcune macchie scure che potrebbero essere agglomerati urbani, un immenso deserto che circonda il tutto, una landa grumosa, lattiginosa, piena di asperità e screpolature con ai bordi il disegno di una creatura fantastica, come d’uso nelle antiche mappe, sconosciuta e più aliena nella sua glaciale normalità di un qualunque altro mostro con ali e artigli. Ma rispalancando gli occhi e ricominciamo a immaginare che il bimbo non sia Manfred ma un bambino qualunque della scuola marziana e il mucchio di ferraglia i vari robot-maestri ridotti a informe poltiglia. Ma se poi ancora volessimo soddisfare il nostro innato bisogno di senso potremmo vedere noi stessi in quel bambino, intenti nel laborioso e interminabile tentativo di arginare l’entropia ricostruendo forme disponibili a nuove utilizzazioni. E’ un gioco che potrebbe continuare a lungo e che potremmo definire, parafrasando Jung, di ‘immaginazione attiva’1 e che se tanto si adatta all’opera di Dick, altrettanto vale per l’immaginario figurativo di Silverini.

1 La tecnica di immaginazione attiva è stata esplicitamente citata in Le tre stimmate di Palmer Eldritch “active immagination” tradotta nella nuova edizione di Fanucci con “immaginazione vivace”, una svista che evidenzia la scarsa considerazione dell’influsso junghiano sull’opera di Dick presente in gran parte della critica italiana.


Venerdì 6 marzo: Antonello Silverini – Labirinto di morte