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sabato 6 febbraio 2016

Guaritore galattico


“…e con passaggi veloci lo portò fin nel cuore dei mari,
dove le profondità turbinanti lo succhiarono al fondo
per diecimila di tese e le alghe gli s’avviticchiarono
intorno al capo e tutto il mondo marino del dolore gli
trascorse sul capo.”
Melville, Moby Dick (nella traduzione di C. Pavese)
Guaritore galattico
(Le citazioni dall’opera di Dick sono tratte dalla traduzione di Pietro Anselmi, Bompiani 1998.)
Da dove partire per parlare di un romanzo così ingarbugliato che suscita pareri contrastanti tra i critici e di fatto negletto all’autore stesso?1 Forse dall’elemento meno considerato, più sottaciuto in generale, quello che il protagonista Joe Fernwight pensa come l’unica cosa destinata a rimanere in una vita priva di valore, il Gioco2. In questa sorta di rete telefonica in cui si gioca una specie di gara a risolvere indovinelli basati sulla decodificazione di traduzioni di titoli di libri e film, fatti da computer che creano non-sense linguistici, il romanzo predispone, fin dalle sue prime battute, una sorta di impresa collettiva che ha il compito di rimettere a posto dal punto di vista linguistico quello stesso disordine del mondo a cui da un punto di vista materiale il riparatore di vasi3 è idealmente predisposto. Per cui “L’intelaiatura a traliccio Arma-da-fuoco Insetto che punge” si risolve nel romanzo di F. S. Fitzgerald “Il Grande Gatsby”, “La Progenie Maschile Si Alza dal Letto in Aggiunta” in “Il sole sorge ancora”4 e così via: E’ il Gioco, ragazzi! E’ quella “capacità di trascorrere una vita gingillandosi con cose inutili, senza un lavoro degno di quel nome e, al suo posto, la parata del banale, del banale scelto volontariamente da noi, perché è su questo che abbiamo costruito Il Gioco. Il contatto con gli altri… Sì, con il Gioco affondiamo un bisturi nel corpo dell’isolamento e lo spezziamo.”5 E anche se alle volte ci si sente troppo svuotati “per partecipare ancora” non possiamo non concordare con Joe  che “loro. Gli altri che si dedicano al Gioco, hanno bisogno di me, del mio misero contributo.” E pertanto quando Joe, sfiduciato dagli insuccessi della gara, cade preda dello sconforto del fallimento eccolo percepire di nuovo “nel proprio corpo l’inizio di una tenue reazione, una specie di fotosintesi… una raccolta delle energie rimanenti che si muovono d’istinto.” E’ “lo sforzo biologico del suo corpo” che lotta “per rivendicare un equilibrio fisico”. E’ in questo quadro che la nuova sfida, quella del Glimmung (la potente divinità aliena), viene lanciata all’umile restauratore di vasi Joe Fernwright. Una grande impresa collettiva che si prefigge, nientemeno che, di risollevare dal profondo di un oceano di un lontano pianeta un’autentica cattedrale dotata di poteri arcani contro la sfida routinaria di un machiavellico gioco di indovinelli. Ma vediamo innanzitutto in quale mondo vive questo artigiano che “ripara vasi; praticamente qualsiasi tipo di oggetto in ceramica proveniente dai Vecchi Tempi, prima della guerra, quando non tutto era fatto di plastica”; è un pianeta Terra “agli inizi di aprile, anno 2046, nella città di Cleveland” che si è rapidamente sovrappopolato dopo una non meglio precisata guerra mondiale. Avere un lavoro è un lusso, lo stesso Joe riceve rarissime commissioni e vive faticosamente del sussidio governativo quotidiano per reduci, denaro con cui comprare velocemente il necessario prima che l’inflazione ne decurti irrimediabilmente il potere d’acquisto. Come gli abitanti del villaggio del Castello di Kafka gli abitanti del villaggio globale terrestre del 2046 sono “controllati dal governo e dai suoi impiegati anche nei dettagli più intimi della loro vita ed asserviti anche nei loro pensieri a quelli che hanno il potere” per loro “l’aver torto o ragione era un destino in cui non è dato di mutare nulla.”6 E’ un asservimento completo, un potere disciplinare del corpo fin nei minimi dettagli: ad esempio nel ritmo del camminare,7 o nel controllo della mente: con l’interrogatorio telepatico della polizia o ancor più con l’attività onirica irreggimentata in un sogno unico obbligatorio. Ed  eccoci qui a un punto centrale, il sogno del protagonista, quello che ci potrebbe sembrare una gag comica fine a se stessa, il letto che non si lascia ingannare e capisce che Joe non sta facendo sesso e quindi lo costringe ad addormentarsi e a sognare, chiarisce in realtà quale sia la posta in gioco dell’intero romanzo, determinare i limiti e le possibilità di un individuo all’interno di un sistema di potere capace di controllare sia i corpi che le menti degli esseri a lui assoggettati. Il sogno a cui Joe è costretto a sottostare è un sogno collettivo frutto di un concorso giornaliero che può far vincere ricchi premi in denaro e che premia il copione vincitore con un “viaggio tutto compreso fuori dalla Terra… in un luogo a vostra scelta!”. Il sogno di quella notte si intitola INCISO IN MEMORIA e vede Joe (come del resto tutti gli esseri umani che stavano dormendo in quel momento) davanti al Segretario del Supremo Consiglio Fiduciario (S.C.F.) mentre questi gli comunica che le lastre incise dal suo laboratorio erano state scelte per stampare il nuovo denaro, “il suo lavoro ha vinto. E’ stato scelto tra gli oltre centomila presentati.” Ma a questo punto nasce il problema, per Joe le nuove banconote dovranno avere il suo volto in effigie, mentre per il S.C.F. solo la firma, e sarà solamente con la ferma risolutezza e con la minaccia di ritirare il proprio lavoro, cosa che determinerebbe il crollo dell’”intera struttura economica della Terra”, che Joe riesce a spuntarla. “E tornando alla mia firma, come fece quel grande eroe del passato, Che Guevara, quel nobile spirito, quell’uomo eccezionale che morì per gli amici, ebbene, in sua memoria sui biglietti scriverò solamente ‘Joe’. Ma la mia faccia deve avere più di un colore… almeno tre.” E sulle lodi e gli applausi del Segretario “la sveglia di Joe interruppe il sogno.” Il sogno di tutti i ‘Joe’ del pianeta mercifica e rende obbligatorio quel ‘cambiare la valuta’ che nel precedente romanzo, Ubik,8 era stato appannaggio di un solo Joe. Il sistema si è fatto furbo, ha imparato; dove Joe Chip poteva essere in una certa misura ancora flaneur e sperperare il proprio denaro, Joe Fernwright non riesce più a farlo, perché è il denaro stesso che si consuma rapidamente nel suo valore effettivo, almeno quello governativo, i buoni del sussidio, mentre l’eventuale tesoretto dei soldi buoni, il denaro vero, quello che si guadagna faticosamente con un lavoro che non c’è, è raro e comunque sottoposto a regole ferree che impediscono appunto di sperperarlo, regalarlo, pena l’arresto immediato come in effetti succede a Joe Fernwright. E’ dunque un sistema che non lascia più spazi, interstizi dietro di se? Vuoti di potere? Certo non possiamo definire Guaritore galattico un romanzo comico, ancor meno una parodia; è un romanzo tragico, che sembra essere chiuso non alla speranza, che Dick non ha mai coltivato, ma al senso del possibile, a quella ricerca sempre disperata del possibile che permea tutta la sua opera. Forse Glimmung è il sogno di Joe, è il sogno che lui può far concorrere per vincere quel “viaggio tutto compreso fuori dalla Terra” verso quel pianeta del contadino con la cattedrale da far riemergere dal profondo dell’oceano. E allora è questo sogno, questo nuovo sogno che può far vincere trentacinquemila briciole, nella moneta del pianeta del contadino, che al cambio terrestre corrisponderebbero a 200.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000 dollari. Un’enormità9, del resto si sa, nei sogni si esagera sempre. Ed è pertanto comprensibile se in un romanzo come questo, più che in altri di Dick, verrebbe voglia di tirar dritto, scorrere la trama a volo d’uccello e fermarsi solo nei punti più interessanti, quelli che evidenziano meglio una tesi piuttosto che un’altra. Si può fare, ma i risultati sarebbero piuttosto impoverenti che il contrario. Non c’è storia, trama inutile nei romanzi dickiana, per quanto spesso sembri che la materia narrativa soverchi il significato, ne travalichi il senso. Bisogna accettarne il gioco, accettarne la sfida dell’eccesso, dell’apparente futilità. Un po’ come si fa con i sogni appunto. Ebbene sfidiamolo allora questo sogno, questo sogno bislacco che vede il Joe di turno ricevere messaggi dalla divinità nello sciacquone del proprio gabinetto. E’ ancora il mondo di Ubik, ma questo Joe è ancora più disperato dell’altro, l’impresa che gli si prospetta sembra architettata da “un’immensa e vecchia creatura. Chiaramente inferma” e da cui ben difficilmente può sperare di cavarci un soldo. Voltando allora le spalle all’ignoto dell’avventura Joe decide di investire il gruzzolo di soldi veri risparmiato in tanti anni, nella consultazione di quel vero e proprio oracolo della futura Terra del XXI secolo che è Mr. Lavoro. Ma per far questo, per dirigersi fuori, all’aperto, alla cabina telefonica che lo metterà in contatto con il consulente del lavoro più costoso e avaro di parole, e quindi di informazioni utili, dovrà attraversare quell’”enorme, animalesca entità ansante che costituiva la massa dei disoccupati – e che del resto non potevano trovare un impiego – di Cleveland” che “si raccoglieva fermandosi lungo i marciapiedi della città. Si fermava ad aspettare, e nell’attesa si fondeva in un ammasso informe, oscillante e triste.” E’ la folla con quel suo “odore penetrante, simile all’aceto, un odore ormai familiare, della loro presenza, della loro compattezza surriscaldata, eccitata e tuttavia tristemente delusa” che avvolgerà Joe, impedendogli di avanzare, di proseguire verso il suo obiettivo. E qui avviene qualcosa di insolito, un’esperienza di quelle che segnano, mutano irrimediabilmente il destino di un individuo. Nell’ansia, nella paura che quella moltitudine voglia strappargli il prezioso sacchetto coi soldi, il cuore gli duole “come se avesse scalato la cima di un monte, la cima ultima della vita stessa, una collina terrificante cosparsa di teschi.” Una paura di essere contaminato, di essere trascinato “nella loro bufera d’apatia” e quando si trovò a dare i suoi soldi a quelle mani protese, ma non violente, capì: “Erano semplicemente là, ad aspettare… ad aspettare in un silenzio fatto di speranza”. “Spaventoso. (…) Questa gente crede che io stia per far loro un regalo… un regalo che attendevano dall’universo… l’universo non ha concesso nulla a costoro, nulla per tutta la vita, e loro lo hanno accettato in silenzio, come adesso. E vedono in me una specie di divinità soprannaturale”. L’arrivo della polizia concluderà con l’arresto l’esperienza di autoconsapevolezza di Joe, quell’autoconsapevolezza che lo porterà nel successivo interrogatorio da parte della polizia a rispondere, in modo esplicitamente sovversivo, che il popolo non è lo stato. E da qui in poi l’andamento da incubo, ma pur sempre realistico, del romanzo cesserà per lasciare posto a un susseguirsi di esperienze surreali che caratterizzeranno l’avventura extraterrestre del protagonista e del suo ingombrante datore di lavoro, il Glimmung. Il viaggio/sogno di Joe è la faticosa esplorazione dei propri limiti e delle proprie possibilità attraverso un’impresa destinata comunque al fallimento. Ma “Forse Glimmung ha ragione, forse anche il fallimento serve a qualcosa (…) il fallimento ci fa conoscere i nostri limiti, traccia i nostri confini.” Ma il Glimmung fa anche qualcosa di affatto diverso dall’insegnare limiti e confini e quindi le potenzialità che ogni individuo è in grado di esprimere; egli mette in dubbio la possibilità di conoscenza di se medesimo che l’individuo pensa di possedere. La verità intima, interiore di un individuo non è da lui conoscibile se non in termini di possibilità di fare. “Nessuna creatura conosce se stessa (…) tu non ti conosci; non possiedi alcuna conoscenza, neppure la più vaga, delle tue potenzialità più intime. Capisci cosa significa per te il Sollevamento? Tutto ciò che è esistito in te in potenza, allo stato latente… ebbene, tutto questo si esplicherà. Tutti coloro che parteciperanno al Sollevamento, ogni essere che si troverà coinvolto nell’impresa… individui provenienti da decine di pianeti sparsi qua e là nella galassia, ebbene… tutti si realizzeranno, tutti saranno. Tu non sei mai stato, Joe Fernwright. Tu esisti solamente. Essere è fare.” Tutto si situa in superficie, al livello dove si producono le pratiche, il fare della vita. E’ un colpo a quel precetto che, a dire di Foucault, ha costituito quel rapporto tra soggetto e verità nell’età moderna in cui “così come esso è, il soggetto è capace di verità, e (…) la verità così com’è, non è capace di salvare il soggetto.”10 Il Glimmung spezza questo ciclo perverso, Si è accusato spesso Dick di essere antimoderno, anzi di non essere mai nemmeno entrato nella modernità11 ma in realtà con Dick siamo ben oltre ogni modernità o postmodernità, e i ponti alle spalle sono stati inesorabilmente tagliati. Non c’è fuga indietro, “Chi desidera tornare sul suo mondo è libero di farlo, - disse Glimmung. – Io provvederò ai biglietti di ritorno… in prima classe. Ma quelli che torneranno indietro troveranno tutto come prima. La stessa vita invivibile. Voi tutti avevate intenzione di autodistruggervi e lo stavate facendo quando vi ho trovati. Ricordatelo. Ecco cosa c’è alle vostre spalle. Non fate in modo di ritrovarvelo di fronte.” ma neanche in avanti, in una qualsivoglia utopia. Alla fine dell’impresa Joe rifiuta la fusione col Glimmung. Joe ha capito “che la verità come e in quanto tale, è capace di trasfigurare e salvare il soggetto”12 ma ha capito anche che la verità non alberga né dentro di lui ne in nessun altro posto. La verità che si situa in un determinato posto, si cristallizza e muore. La sua funzione salvifica permane fintantoché è capace di modificare e cambiare il soggetto che le sta di fronte e che la cerca, e pertanto è una verità che non può mai essere definitiva, l’ultima verità. La storia termina con la decisione di Joe di creare un vaso. Alla fine ci viene detto che “il vaso era orribile”. Ma per la prima volta Joe aveva fatto un vaso invece di ripararlo.
1 “pertanto, fu scrivendo Guaritore che raggiunsi la fine – logoro, morto come scrittore; avevo grattato il fondo del barile e ero morto, dal punto di vista creativo e spirituale. Che tristezza!” dall’Esegesi di P. K. Dick  in Divine invasioni di Lawrence Sutin, Fanucci 2001, pag. 182.
2 Guaritore Galattico è opera innovativa perché sviluppa un metodo intertestuale, fatto di rimandi e di echi letterali, che non riguardano solo la fantascienza, e che rivelano un gusto quasi joyciano evidente nell’attenzione al linguaggio e alle sue manipolazioni, come si coglie subito dal Gioco che impegna gli abitanti della Terra” Carlo Pagetti, Introduzione a Guaritore Galattico, Roma Fanucci, 2001. Pag.11
3 Va qui sottolineato che il vaso, è uno tra gli oggetti più presenti nell’opera di Dick e il suo aspetto di fragilità ne amplifica la sua già forte valenza simbolica. “Come, nella Cabala’, si parla di shviràth hskrlìn, di questi vasi rotti nel momento della creazione, così oggi noi dobbiamo vedere la possibilità di una simile rottura, su una scala tanto vasta quanto la prima, che implichi la totalità dell’Essere. Rottura tra passato e futuro, tra creazione e creatore, fra l’uomo e il suo simile, fra l’uomo e il suo linguaggio, fra le parole e il senso che esse nascondono.” Elie Wiesel, Credere o non credere, La Giuntina 1986.
5 Non siamo poi così lontani dall’idea contemporanea della comunità virtuale dei social network.
6 (H. Arendt, Il futuro alle spalle). Joe arrestato dalla polizia viene lasciato in libertà condizionata per un anno “_Senza un processo?_ chiese Joe. _Vuole essere processato?_ L’ufficiale gli lanciò un’occhiata penetrante. _No._ ammise Joe.”
7 “_Lei cammina troppo lento,” gli notificò l’agente puntandogli una pistola laser Walter & Jones. _Su si spicci o la schediamo._ _Giuro su Dio che andrò più spedito,_ si giustificò Joe. _Mi dia solo il tempo di prendere la mia andatura. Sono appena partito._” D'altronde siamo nel mondo del XXI secolo e anche se Joe potrebbe di fatto sentirsi di appartenere a quella categoria di persone particolari, affini agli artisti, che hanno un attività artigianale e autonoma che rende inutile e controproducente l’affrettarsi, di fatto un’andatura lenta potrebbe associarlo a quella figura del XIX secolo, il flàneur, l’ozioso bohemien descritto da Baudelaire, che nel mondo di Joe risulterebbe affatto eversivo.
Ma ricordiamoci le cifre inflazionistiche della Repubblica di Weimar
10 Michel Foucault, L’ermeneutica del soggetto, Feltrinelli Universale economica pag. 21
11 “Parafrasando un concetto espresso da Michael Hardt e Antonio Negri in Impero, e relativo a un contesto totalmente differente, mentre la fantascienza prefigurava l’uscita  dalla modernità, Philip K. Dick ne contestava addirittura l’entrata.” Domenico Gallo, Avvampando gli angeli caddero, in Paolo Bertetti e Carlos Scolari, Lo sguardo degli angeli,Testo & Immagine, Torino 2002, pag. 207.

12 M. Foucault, cit. pag. 21

sabato 30 gennaio 2016

Antonio Caronia: Un filosofo in veste di romanziere


Il Manifesto 1 marzo 2012
A trent’anni dalla morte dello scrittore americano, è arrivato il momento di riconoscere a Dick il ruolo che gli spetta: quello di un pensatore capace di innervare i suoi congegni narrativi in una ricerca sulle vicende teoriche del mondo e del soggetto


Il 2 marzo 1982, in un ospedale dell’Orange County, California, moriva Philip K. Dick. In quel momento Dick non era ancora diventato un autore «di culto» (tranne, forse, per certi aspetti, in Francia): era dunque conosciuto solo fra i lettori di fantascienza, genere a cui si era dedicato (volente o nolente – all’inizio della sua carriera più nolente che volente) per tutta la sua vita. Ma in questo frattempo la sua fama è cresciuta, anche fuori dagli angusti confini del genere, e Dick è oggi considerato come uno dei più importanti scrittori del secondo Novecento. 
Paesaggi concettuali
Con la pubblicazione del sesto e ultimo volume delle Selected Letters, uscito negli Usa nel 2010 (tutto l’epistolario è ancora inedito in Italia), e con l’uscita nel novembre 2011 di una seconda e più corposa antologia (quasi 1000 pagine) dalla Exegesis, il fluviale diario notturno tenuto da Dick negli ultimi otto anni della sua vita a partire dai misteriosi eventi del febbraio-marzo 1974, tutta la sua opera è sostanzialmente pubblicata. Anche in Italia, con la pubblicazione in questi giorni per Fanucci dell’unico romanzo mainstream ancora inedito, Humpty Dumpty in Oakland (Lo stravagante mondo di Mr Fergesson, traduzione di Maurizio Nati, a cura di Carlo Pagetti), l’intera opera narrativa (salvo errore) risulta edita, e in gran parte disponibile.
Anche la bibliografia critica è molto cresciuta. L’ultimo volume di questa bibliografia, da poco uscito negli Usa, è di un autore italiano (speriamo di vederlo presto pubblicato anche nel nostro paese), ed è proprio da questo libro che vogliamo prendere le mosse per ricordare in questo anniversario l’autore californiano. Umberto Rossi è il miglior studioso di Dick nel nostro paese, e sta rapidamente diventando uno dei più autorevoli a livello 
internazionale. In The Twisted Worlds of Philip K. Dick. A Reading of Twenty Ontologically Uncertain Novels (McFarland and Company; dovreste trovarlo agevolmente su qualunque bookshop online), Rossi propone una lettura di venti romanzi dickiani all’insegna di una categoria che merita di essere sviluppata, forse anche al di là  delle intenzioni di chi la propone: quella della «incertezza ontologica». 
Dico questo perché mi sembra giunto il momento, a trent’anni dalla morte, di tentare un salto di qualità  nella lettura di Dick. E di riconoscere a questo autore frenetico e polimorfo, irrequieto eppure già  «classico», la qualifica che gli spetta: quella di un narratore-filosofo, capace di innervare i suoi dispositivi narrativi (sia quando sono smaglianti sia quando zoppicano – e gli capitò non di rado) in un vero paesaggio concettuale, in una ricerca sulle vicende teoriche del reale e dell’immaginario, del mondo e del soggetto, che meritano a pieno titolo il nome di «filosofia». Una filosofia sui generis, questo va da sé, non certo un sistema filosofico originale bello ordinato con le sue categorie e sottocategorie bene intrecciate tra loro, e le deduzioni logicamente corrette e controllate. Questo non è mai stato,né poteva essere, Phil Dick. 
Una smisurata curiosità 
Ma Dick è stato capace di una ricerca filosofica, di una vera e bruciante interrogazione sull’avventura umana, di una critica corrosiva e radicale delle categorie con le quali l’uomo definisce la realtà  del mondo, la sua propria realtà  come «soggetto», e la verità  dell’uno e dell’altro. E questo senza alcuno studio sistematico della filosofia, di nessuna filosofia (né di quella occidentale né di quelle orientali), ma semmai con una pletora di letture affastellate, spesso disordinate, a volte superficiali. Ma gli bastarono quelle, congiunte all’intensità  della sua interrogazione su se stesso, alla sua smisurata curiosità  sul mondo, alla sua incredibile (spesso ingenua) apertura all’altro, per produrre uno dei corpus più originali di «narrativa filosofica», un corpus che (a suo modo) non sfigura accanto a quello di Robert Musil né di Albert Camus. 
Voglio precisare che di quanto scritto sopra nulla va in alcun modo attribuito a Umberto Rossi, il quale anzi, consapevole del terreno minato che ha aperto, mette le mani avanti sin dalle prime pagine, e precisa, da buon studioso di letteratura comparata, di volersi «limitare agli strumenti dell’analisi letteraria, con un approccio eclettico che attinge a fonti diverse, senza però mai dimenticare che anche una forma di narrazione ibrida come il romanzo, nato dalla fusione tra il dialogo teatrale e la narrazione in prosa nell’Inghilterra del XVIII secolo (…), dopo tutto non mira ad altro che a raccontare una storia – e non è certo questo lo scopo principale della filosofia». 
Quest’ultima affermazione è forse discutibile, ma ciò non impedisce al lavoro di Rossi di presentare una grande quantità  di spunti filosofici, per quanto l’autore stia sempre bene attento a non infrangere mai il patto che ha stipulato col lettore, e cioè la sua autolimitazione al terreno della letteratura comparata. Tuttavia mi conforta il fatto che, nella stessa pagina sopra citata, Rossi dichiari: «L’autore non vuole suggerire che un’analisi filosofica delle opere di Dick sia impossibile o inaccettabile; a patto che sia portata avanti da filosofi (accademici o no, poco importa), essa rappresenta un lavoro degno di essere tentato, e potrebbe anche produrre risultati teorici non di poco conto». Concordo. E quindi, da filosofo non accademico (più sinceramente, devo precisare, dilettante), mi auguro che questa ricerca venga tentata. Quello che si può fare in questa sede, mi pare, è solo accennare ad alcune delle direzioni che essa può prendere. 
La prima precauzione da osservare, a livello di metodo, è ovviamente quella di non prendere per oro colato tutto quanto Dick scrive sulla propria «filosofia». Proprio perché anch’egli era solo un filosofo dilettante, spesso entusiasta – e non poche volte ingenuo – per le scoperte che andava facendo nel corso delle sue riflessioni, ci sono nella sua opera strafalcioni ed equivoci madornali. Un solo esempio, fra i tanti, è la superficiale identificazione di una «essenza» del reale («le nude ossa del mondo», come dice nell’Exegesis) con la sospensione del tempo cronologico (che si sarebbe fermato nel 70 e avrebbe ripreso a scorrere solo nel 1974), e la riproposizione di un dualismo sincronia/diacronia identificati rispettivamente con il Logos e il Parakletos (lo Spirito santo). Spesso non è nelle formulazioni esplicite che va cercata la «filosofia» di Philip Dick, ma nei presupposti impliciti, o in qualche osservazione laterale dei suoi personaggi, come questa pertinente definizione di «realtà » data dal Dio bambino Emmanuel in Divina invasione: «Bisogna sospettare di ogni realtà  troppo compiacente. Quando le cose diventano ciò che noi vorremmo, lì c’è frode. È quello che vedo qui. Il tuo mondo ti accontenta, e in questo si svela per ciò che è. Il mio mondo invece è testardo. Non cederà . Ma un mondo recalcitrante e implacabile è un mondo reale». Un lavoro che sarebbe molto utile, quindi (e che io, con Domenico Gallo, ho solo iniziato nel nostro volume La macchina della paranoia, X book 2006), è quello di passare in rassegna tutti i momenti in cui Dick affronta esplicitamente temi filosofici, confrontarli se possibile con i passi analoghi dell’Exegesis (opera ben più densa al riguardo delle opere narrative), e operare una prima classificazione e confronto fra i temi «espliciti» e quelli impliciti.
Il secondo passo sarebbe quello di identificare gli assi portanti (se si possono individuare) della «filosofia» dickiana. E qui, per esempio, leggere – o rileggere – le intenzioni espresse da Dick confrontate con le realizzazioni. Ora, non voglio contraddirmi subito sconfessando quanto ho appena detto. Non voglio, cioè, anticipare alcuna conclusione di una ricerca che (ripeto) è ancora largamente da fare. Ma mi sarà  consentito di dichiarare almeno un’impressione, e che cioè, a volte, ciò che Dick dichiara esplicitamente vada preso più sul serio di quanto sinora tutti noi non abbiamo fatto. Mi riferisco alla sua dichiarazione sulle due domande fondamentali che stanno alla base di tutta la sua narrativa, di tutta la sua ricerca: «che cosa è reale?» e «che cosa è umano?» (Come costruire un universo che non cada a pezzi, 1978). 
Interrogativi sull’umano
Questa dichiarazione, con l’accostamento dei due temi, è stata citata e ripetuta talmente tante volte da diventare (credo) quasi un luogo comune, un patrimonio condiviso di ogni lettore «forte» di Dick. Essa comporterebbe, a rigore, l’idea che nella narrativa di Dick coesistano due dominanti, una ontologica e una epistemologica, una sul mondo e una sull’uomo (o meglio sul soggetto). E tuttavia (posso sbagliare, certo), mi pare che gran parte della ricerca letteraria, concettuale, interpretativa, sulla narrativa di Dick, si sia concentrata prevalentemente sull’aspetto ontologico. Montagne di pagine sono state scritte sulla concezione dickiana della realtà , sul tempo percettivo e il tempo ortogonale, sugli universi paralleli, sulla concezione della tecnica, sulla visione della storia. Forse questo deriva dall’ipotesi (che forse è un pregiudizio, e forse andrebbe più attentamente verificata) che, mentre la dominante della narrativa modernista era la questione del soggetto, nella narrativa postmodernista (in cui Dick viene di solito arruolato) la preoccupazione dominante sia la realtà , cioè l’ontologia. 
Ora, non voglio affermare che la seconda domanda di Dick («che cosa è umano?») non abbia ottenuto un’attenzione ampia: forse la mole di pagine scritte su questo argomento è equivalente (se non addirittura superiore) a quella scritta sulla questione della realtà . Ma mi pare che la domanda sull’uomo sia stata letta spesso (forse prioritariamente) come un interrogativo sui criteri di distinzione fra uomo e androide, sul confine tra naturale e artificiale, e sia stata quasi sempre scollegata dall’altra, quella sulla realtà . O, se devo esprimermi ancora più sinceramente, che l’aspetto filosofico della domanda sull’uomo non abbia ricevuto la stessa attenzione dell’aspetto filosofico dell’altra domanda, quella sulla realtà . L’osservazione vale anche come autocritica, perché mi pare di essere caduto anch’io in un equivoco del genere (se scorro La macchina della paranoia, non mi pare di trovare più di una timida affermazione, fatta una sola volta, che per capire meglio l’ontologia di Dick si debba esplorare più a fondo l’epistemologia dei suoi personaggi).
La verità  di Foucault
Se devo essere sincero sino in fondo, rimpiango di non avere inserito nel «Lessico dickiano» della nostra enciclopedia due voci che invece adesso inserirei senza esitazione: «soggetto» e «verità ». Anche questa riflessione mi è stata ispirata da una osservazione, folgorante, letta nel libro di Rossi: «Nella narrativa di Dick, la verità  non è uno stato di cose, non è qualcosa di stabile e fissato una volta per tutte: la verità  è un evento». Quando l’ho letta, sono sobbalzato sulla sedia. Non so se Rossi sia consapevole di avere usato, alla lettera, la definizione della verità  che Foucault ha dato più volte nei suoi ultimi corsi al Collège de France, quelli sul governo di sé e sul coraggio della verità . 
Non credo ci sia alcuna possibilità  che Dick abbia mai letto Foucault, molte delle cui opere erano pure disponibili, in Usa e in versione inglese, negli ultimi anni di vita dei due (Foucault morì due anni dopo Dick, essendo nato due anni prima). Ma adesso, d’un colpo, mi pare che molti dei personaggi dickiani siano immersi in quei processi di soggettivazione, in quei mutevoli rapporti di dominazione e di resistenza (insomma, di potere) che il filosofo francese descrisse e analizzò in tutti i suoi lavori. Adesso mi pare, per chi volesse affrontare il tema in questi termini, che si apra un terreno di ricerca molto promettente sui rapporti fra ontologia ed epistemologia in Dick.

martedì 14 aprile 2015

Confessione


“L’uomo in Occidente, è diventato una bestia da confessione.” Michel Foucault, La volontà di sapere.

“Alzatosi, attraversò la sala d’aspetto, dirigendosi alla cabina del Padre; si sedette all’interno, infilò dieci centesimi nella fessura e scelse a caso. L’indicatore si fermò sullo Zen. –Dimmi i tuoi tormenti,- chiese il Padre con una voce attempata e venata di compassione. Parlava lentamente, come se non ci fosse alcuna urgenza, alcuna pressione. Tutto era fuori dal tempo. –Sono sette mesi che non lavoro e adesso ho ricevuto un incarico che mi porterà lontano dal Sistema Solare. Ho paura. Che succederà se non sarò in grado di svolgere il lavoro? Se dopo tanto tempo avessi perso le mie capacità?- La voce fievole del Padre accarezzò l’aria rispondendo con tono rassicurante. –Tu hai e non hai lavorato. Non lavorare è il lavoro più duro che esista!- Ecco che cosa si ottiene scegliendo lo Zen, si disse Joe. Prima che il Padre proseguisse, passò all’Etica Puritana. –Senza lavoro,- riprese il Padre con voce più possente, -l’uomo è una nullità. Egli cessa di esistere.- Rapido, Joe cambiò: Cattolicesimo. –Dio e il suo amore ti accoglieranno,- disse una voce gentile e remota. –Nelle Sue braccia sarai salvo. Mai ti…- Joe passò ad Allah. –Uccidi il tuo nemico,- sentenziò il Padre. –Ma io non ho nemici! Solo la mia stanchezza, la noia, la paura di fallire.- -Anche quelli sono avversari,- proseguì il Padre, - che dovrai superare in una jihad; devi dimostrare a te stesso di essere un uomo; e un uomo, un vero uomo, è un combattente che risponde colpo su colpo.- La voce del Padre era severa. Joe selezionò il Giudaismo. –Una ciotola di zuppa di bruconi Marziani…- iniziò pacato il Padre, ma il denaro di Joe finì. Il Padre si interruppe, restò inerte, morto… o, in ogni caso, inattivo.” GUARITORE GALATTICO (1967).

sabato 30 agosto 2014

Ubik


Philip K. Dick nella costruzione di questo ennesimo mondo da incubo, ce lo descrive popolato da una umanità priva di fede per una qualunque divinità tranne per quella estremamente terrena della sacralità della vita e dominata da una tecnica estremamente sviluppata al servizio del prolungamento possibile della vita e al soddisfacimento dei suoi bisogni e desideri necessari alla sua riproduzione. All’interno di questo mondo siffatto due sono le forze che sembrano contendersi il potere: l’associazione di Glen Runciter, che viene definito “un poliziotto a guardia dell’intimità umana” e che lo stesso avversario Hollis giudica come uno che sta “cercando di far girare le lancette dell’orologio all’indietro”. La Runciter Associates è di fatto un’agenzia prudenziale che contrasta un avversario che evidentemente prudente non è. Un avversario il cui compito è quello di spiare, penetrare la mente e il possibile futuro delle persone. Al di là degli intenti diversi che perseguono, i due avversari sembrano per il resto molto simili. Hanno come prima motivazione il profitto e diffidano di chi ha altre motivazioni nel perseguire i propri obiettivi. La descrizione, psicologica di Runciter “ridacchiò, ma il suo riso aveva una qualità astratta; sorrideva e rideva sempre, la sua voce tuonava, ma dentro di sé non faceva caso a nessuno, non se ne interessava. Era il suo corpo che sorrideva, annuiva e stringeva mani. Non toccava la sua mente, che restava lontana” e fisica di Hollis un viso cupo e bluastro, con gli occhi infossati, venne lentamente a galla sullo schermo, una misteriosa apparizione fluttuante priva di collo e di corpo” 1 li accomuna inoltre in una identica glaciale freddezza meccanica. E se assegnassimo al ruolo di Hollis la funzione di un potere tendente al controllo della vita nelle sue singole componenti umane (spiandone le menti e pianificando coercitivamente il loro futuro), quella di Runciter si qualificherebbe come il bisogno di governare questo processo, più che combatterlo (Runciter stesso si avvale di telepati e precog per i suoi bisogni). Un’azione di prudenza nei confronti di un processo che di fatto non può essere fermato, così come non si possono far girare all’indietro le lancette dell’orologio. 
                                                           
                                                                                
Ubik è un romanzo scritto nel 1966 e ambientato nel 1992 come l’altro romanzo coevo “Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?” anch’esso ambientato nell’allora relativamente lontano 1992. E’ uno dei romanzi di Dick su cui la critica si è più dibattuta e più divisa. Unanime è stato comunque il considerarlo una delle opere maggiori. Ma cosa cela dietro di se l’immagine di Ubik? Un problema filosofico2, la quintessenza della merce, una sostanza divina, la sostanza sfuggente della letteratura (nelle tre ipotesi formulate da Carlo Pagetti)3, la metafisica ridotta a merce di massa4, il principio primo, essenziale, sostanza del mondo che sconfigge l’entropia5, e così via in una serie cospicua di interpretazioni tutte più che plausibili. Tanto è vero che, come ricorda Carlo Pagetti, lo stesso Dick in una lettera scrive che: “anche Ubik mi piace, in un certo senso, ma non lo capisco. Gli intellettuali francesi e polacchi vogliono spiegarmelo, fanno e hanno fatto di tutto per spiegarmelo, si sforzano di spiegarmelo, senza successo”6. Vorrei qui stare anch’io al gioco e ipotizzare una mia via interpretativa, se non migliore, spero non peggiore delle altre. La chiave che intendo utilizzare mi è offerta da uno studioso dickiano, Fabrizio Chiappetti, il quale scrive a proposito di Ubik che “Dick ribadisce che la verità è oggetto di fede, non di dimostrazione”7. Non interessa qui entrare nel merito di una discussione di tipo religioso, sulla religiosità di Dick; intendo cogliere invece questa felice intuizione di un possibile collegamento della questione della verità (così frequente nell’opera dickiana) con la tematica di Ubik. “E’ un gioco pericoloso, dove si rischia la vita” aggiunge ancora Chiappetti. E allora proviamo a giocarlo. Tralasciamo per il momento la storia e rivolgiamoci a quelle “epigrafi ironicamente inappropriate ad ogni capitolo”8 e proviamo a considerarle qualcosa di più che semplici parodie, proviamo a considerarle piuttosto come dei potenziali racconti a loro volta, degli incipit capaci di sviluppare altre storie a se stanti. Sono storie, certo, che disegnano un paesaggio minimalista, dove si svolgono piccole narrazioni. “La fragranza del caffè appena tostato” prelude a un rapporto migliore tra Sally e suo marito, da un “così così” a un “wow!”, o il “sapore completamente nuovo “di un nuovo condimento che , accidenti, “sta svegliando il mondo”, forse in un rinnovato rapporto col mondo materiale a discapito della presunta inarrestabile avanzata del mondo immateriale, o ancora la cura di se stessi, l’amore per il proprio corpo a partire da una presa di coscienza maggiore di quel vero e proprio rito per l’uomo, che è la rasatura mattutina della propria barba. E così via, senza escludere “le preoccupazioni economiche” che “vi hanno ridotto sul lastrico”; questa specie di esagrammi in testa a ogni singolo capitolo dipanano una sorta di racconto delle piccole pratiche di vita, dei piccoli esempi di vita quotidiana a cui per essere esaustivi mancherebbe solo di aggiungere una più o meno pertinente illustrazione tratta da quel minuzioso affresco del costume di vita consumista nordamericano così efficacemente descritto da Norman Rockwell. Ed infine ecco l’esergo 17, del breve capitolo conclusivo. Di tutt’altro tenore, enigmatico, lapidario (io sono, ma nessuno mi conosce, mi chiamo, ma non è il mio nome) nella sua ambiguità estrema. Certo che è un gioco pericoloso.

Appaesandoci in uno scenario di vita spicciola e quotidiana in cui abbiamo a nostra disposizione, per forza di cose, un terreno in comune nel quale possiamo interagire siamo di fronte alla solita penultima verità, quindi a una verità non vera ma efficace, inevitabilmente falsa e quindi inautentica ma terribilmente reale. La verità ultima, quella autentica in cui si presenta l’Ubik nel suo svelamento ci viene mostrata invece sì come vera, ma come del tutto estranea alle nostre particolari forme di vita. E’ una verità che esiste  ma che non ci riguarda, si rifiuta di rappresentarsi come quella realtà soggiacente  capace di dare senso e significato al nostro esistere. Come la salvezza di Kafka che esiste ma non per noi. Proviamo ora a riprendere le fila della storia, Lawrence Sutin scrive che “la trama esibita nei capitoli iniziali è una grandiosa falsa pista”9, forse è vero ma occorre intendersi su quello che la falsa pista vuole depistare, cosa intenda occultare. Quello che balza più in evidenza è l’invenzione del Moratorium e cioè della semi-vita. Tutto il romanzo sembra ruotare intorno a questa idea del possibile prolungamento della vita oltre la morte. Un di più di vita, una sconfitta parziale della morte e un ulteriore confinamento più in là di una possibile rinascita, una reincarnazione in un nuovo utero. Ma quest’ultima  è solo metafisica a cui nessuno è obbligato a dar retta. Quel che rimane non evidenziato, sotto traccia in questi capitoli iniziali è il fatto scatenante, l’innesco dell’intera vicenda: la scomparsa di S. Dole Melipone, il maggior telepate (occorre un’intera squadra di antitelepati per riuscire a neutralizzarlo) dell’organizzazione di Hollis, le cui tracce svaniscono nei pressi di un Motel che si chiama ‘Legami dell’Esperienza Erotica Polimorfa’. “Nessuno conosce il suo aspetto; sembra che cambi profilo fisionomico ogni mese” ed è quindi un individuo capace “di assumere un numero infinito di forme e alternative” e pertanto “di scomparire anonimamente in uno sfondo di affini.”10 Abbiamo quindi un essere con un super potere  ma che scompare nell’anonimato. Un potere che si occulta.
Contemporaneamente alla sua scomparsa il romanzo introduce l’apparizione del ‘vampiro’ Jory nel Moratorium. Questa entità nuova che si scopre infine essere l’agente della forza entropica, viene descritta da Joe Chip come: “un agente polimorfico e perverso che ama guardare. Un’entità infantile e ritardata” e ancora all’osservazione di Runciter  sul sadismo di tale entità Joe risponde: a me sembra piuttosto l’opera di un bambino.” Il trabocchetto della semi-vita serve allora a darci un’immagine del mondo di Ubik, dove tutto è controllato e irreggimentato fino alla vita post-mortem (almeno fin dove i progressi della scienza arrivano a consentircelo), mostrandocelo come una distopia mentre in effetti è l’esatta riproduzione del mondo in cui stiamo vivendo oggi. Valido già nel 1966, oggi completamento realizzato. Un mondo basato sul sospetto e sulla diffidenza che si alimentano grazie all’ausilio di un progresso tecnico scientifico il cui enorme potere enfatizza l’infantile dell’uomo, il perverso polimorfo. Contro questo tipo di potere Dio serve a poco, “Dall’esterno non possono arrivare altro che parole” che certo aiutano, danno coraggio, ma possono aiutare eventualmente solo il singolo e non più l’intera umanità. Runciter, facente funzioni di Dio, aiuta Joe a lottare; avviene perfino un miracolo. Runciter appare a Joe e gli consegna l’Ubik di persona. Ma questo miracolo aiuta Joe per poco. Lo strumento per combattere Jory dovrà essere fabbricato dall’interno della ‘semi-vita’, da Ella e dagli altri ‘semi-vivi’. Ubik può essere fabbricato, costruito solo collettivamente e invocato, richiesto per posta o telefonicamente. Ubik deve essere un prodotto interamente umano per poter funzionare, altrimenti Jory avrà la possibilità di regredirlo e renderlo inefficace. Come tutte le vecchie religioni. Ubik è la soluzione umana a un problema umano. Il problema di un potere enorme in un essere umano antiquato.11

Per dirla in un modo un po’ diverso con Antonio Caronia: “se l’attrito fra cervello paleolitico e società neolitica era inquietante ma ancora tollerabile, l’abisso fra lo stesso cervello e la società matura onnipervasiva (il capitalismo cognitivo) è potenzialmente distruttivo”.12 Ma ancora, se abbiamo voluto prendere in considerazione che l’idea del depistaggio, il mondo dei vivi contrapposto al mondo dei morti (semi-vivi), che poi si rivela alla fine essere un unico mondo (il nostro), forse un altro sospetto potrebbe insinuarsi nella nostra mente: se anche Ubik fosse un depistaggio, un nascondere ciò che è realmente importante? In tutto questo concentrarsi su Ubik ci si dimentica, ci si accosta con troppa leggerezza al protagonista principale, Joe Chip, sfigato personaggio seriale dickiano. Ed eccoci al grande tema da cui avevamo preso le mosse, il tema della verità. Di quale verità ci può mai parlare Ubik, forse che la soluzione dei nostri problemi può venire solo da noi stessi? Certo, è una verità di saggezza, ma chi la detiene questa saggezza, da dove arriva? Potrebbe venire solo dallo stesso Philip K. Dick, da colui che ha scritto questo romanzo e ci dispensa le sue pillole di saggezza. Tanto valeva allora scrivere un bell’articolo. No, non è un semplice romanzo a tesi, c’è una trama con dei personaggi che creano una storia che rivendica una propria autonomia, riluttante ad essere interpretata in modo univoco ma disponibile ad essere commentata, chiosata all’infinito. E allora continuando ad elaborare il mio commento vorrei insinuare che la verità in questo romanzo è il protagonista stesso, è Joe Chip. Lui è il vero nemico, lo scandalo di questa società totalmente normata, asfittica e putrescente che ci sta trasformando in semi-morti tutti. Joe Chip è l’essere che con la sua vita resiste, in quanto fa eccezione, fa differenza e perciò fa scandalo. Joe è sporco, non ha il senso del valore del denaro, lo sperpera, lo spreca; non ha un rapporto corretto con le macchine, le insulta, le vuole smontare, imbrogliare; non è entusiasta del prolungamento artificiale e artificioso della vita; vuole collaborare con gli altri, ci tiene agli altri.
Lo scandalo di questa vita altra può, mettendolo in discussione, inceppare il meccanismo ben oliato del potere. Joe Chip è solo un granello di sabbia, ma se prendesse coscienza e se facesse prendere coscienza anche agli altri che non solo una vita diversa è possibile, ma è anche indispensabile per combattere l’entropia , allora il potere sarebbe costretto a mettere in campo tutte le forze per riuscire a sconfiggerlo. Ma anche se riuscisse a farlo altri Joe potrebbero continuare a resistere, perché un nuovo processo contrario, a favore della vita, sarebbe stato comunque messo in moto. Indubbiamente è, e sarà, una lotta impari. Chi detiene il potere di intervenire sul tempo, per abolire il futuro ad esempio, intervenendo sul passato, sulla nostra memoria, sulle nostre esperienze, come sa fare Pat Conley, ha dalla sua un’enorme forza distruttiva, e tanto difficile da controllare a sua volta, come la sconcertante fine della stessa Pat ha dimostrato. Ma il finale di Ubik ci mostra in modo geniale, mi si lasci passare una parola così abusata oggi, ma troppo calzante in questo caso, che alle volte anche i piccoli vincono e Joe Chip ha vinto. E ha vinto perché aveva dalla sua la verità, la verità di una vita vissuta e mostrata, che resiste e che cerca, cerca un altro modo di vivere possibile. Alla fine, quasi come un Diogene della modernità, Joe Chip parakharaxon to nomisma (cambia la valuta)13 e come ci insegna Michel Foucault nel suo ultimo seminario alterare la moneta vuol dire “a partire da una moneta che porta una certa effigie, cancellare questa effigie e sostituirla con un’altra più rappresentativa, che permetterà a questo conio di circolare con il suo vero valore. Che la moneta non ci inganni sul suo vero valore; che le venga restituito il suo giusto valore imprimendole un’altra effigie, migliore e più adeguata”14, precisando poi che “nomisma è sì la moneta, ma è anche nomos, cioè la legge, il costume. Il principio di falsificare il nomisma è anche quello di rompere con la consuetudine, di cambiarla, di infrangere le regole, le abitudini, le convenzioni e le leggi.”15  E se qualcuno volesse poi proprio insistere sul nichilismo di Ubik, concediamoglielo pure ribadendo però quanto a proposito del nichilismo lo stesso Foucault annotava: “La domanda del nichilismo non è: se Dio non esiste, allora tutto è permesso. La sua formula è piuttosto, se devo confrontarmi al ‘nulla è vero’, come devo vivere?”16


1 Una descrizione  molto simile a quella del mago di Oz, libro molto amato da Dick, “in mezzo stava un’immensa testa, senza un tronco che la sostenesse, né braccia o gambe all’estremità.” Frank Baum, Il mago di Oz, Milano Rizzoli 2001, pag. 145
2 “Ubik, una sostanza che è ubiqua ma consustanziale a tutte le altre sostanze, o meglio è, in senso aristotelico, la ‘sostanza prima’, la ‘sostanza in senso forte’ a cui tutte le categorie si riferiscono; nel contempo Ubik nasconde dietro di sé la macchina della realtà che differisce, platonicamente, in nome e oggetto, in forma e sostanza; un’insanabile contraddizione filosofica…” (Claudio Asciuti , Ubik, in Antonio Caronia e Domenico Gallo, Philip K. Dick la macchina della paranoia, Milano, Agenzia X, 2006, pag. 300.)
3 Carlo Pagetti  Introduzione, Ubik, Roma, Fanucci 2003
4 “Soggetti innaturali, preoccupazioni ontologiche, decadimenti entropici, mondi virtuali mercificati e senza uscita ricorrono in Ubik, dove anche la metafisica è merce di massa, e Dio si fa la pubblicità.” . (Salvatore Proietti, Vuoti di potere e resistenza umana: Dick, Ubik e l’epica americana, in  Trasmigrazioni, i mondi di Philip K. Dick, a cura di V. M. De Angelis e U. Rossi, Le Monnier, Firenze 2006, pag. 212)
5 Linda De Feo, Philip K. Dick dal corpo al cosmo, Napoli, Edizioni Cronopio, 2001, pag. 99.
6 Carlo Pagetti, Introduzione, Ubik, Roma, Fanucci 2003
7  Fabrizio Chiappetti, Visioni del futuro il caso Philip K. Dick, Sant’Arcangelo di Romagna , Fara editore, 2000, pag. 92.
8 Peter Fitting, Ubik: la destrutturazione della SF borghese.  http://www.intercom.publinet.it/Dick6.htm  
9 Lawrence Sutin, Divine invasioni, Roma, Fanucci 2001, pag. 178.
10 Davide Sparti, L’identità incompiuta, Bologna, Il Mulino, 2010, pag.29.
11 Tema centrale dell’opera del filosofo Gunther Anders.
12 Antonio Caronia recensione al libro di Lothar Baier, Non c’è tempo, sull’Unità del 10 giugno 2004 https://www.academia.edu/305223/Cogli_lattimo_se_ci_riesci_  
13 Diogene il cinico riceve dall’oracolo di Delfi il precetto di alterare il valore della sua moneta
14 Michel Foucault, Il coraggio della verità, Il governo di sé e degli altri II, Corso al Collège de France (1984), Milano, Feltrinelli 2011, pag. 220
15 M. Foucault, ibidem pag. 233
16 M. Foucault, ibidem pag. 186 


Le citazioni del romanzo sono tratte dall'edizione Fanucci tradotta da Gianni Montanari. L'ultima edizione Fanucci è stata tradotta da Paola Prezzavento.