lunedì 10 aprile 2017

ESEGESI 14 - Tracce di memoria dal futuro


“Ci stiamo facendo il culo al servizio di qualche struttura  assoluta, scopo, meta o bisogno; forse quello che ho visto è una creazione continua e noi siamo operai involontari collocati qua e là, come un milione di api attorno alla struttura, che martelliamo e seghiamo mettendocela tutta, e il progetto non ci è visibile (lo è solo all’architetto). Le nostre istruzioni sono in un qualche modo dentro le nostre teste… ho la netta intuizione, probabilmente giusta, che la nostra serie originale di engrammi, i molti programmi messi in cantiere e poi inibiti alla nascita, vengano continuamente aggiornati  e raffinati durante il sonno; mentre ognuno di noi dorme viene istruito attraverso lo stato del sogno: nel complesso le persone sembrano non soffermarsi mai sul fatto che molto spesso sembra che i sogni abbiano a che fare con il futuro. La ragione è ovvia: è nel futuro che i compiti di cui ci informano i sogni avranno luogo.”(128) Gli engrammi sono tracce di memoria, “modificazioni che avvengono nel cervello, sia fugaci sia durature, che risultano dalla codificazione neuronale di un vissuto”.  Praticamente si possono definire come contrassegni di un determinato evento e contribuirebbero “a rappresentare quel che noi soggettivamente viviamo come ricordo di qualcosa”.1 Ovviamente coabitano dentro il nostro cervello milioni di questi engrammi e il problema, che la scienza non ha ancora risolto, è di come alcuni di essi possano passare da uno stato di inattività latente a uno stato di attività che ci fa ricordare un dato evento. Questa attività cerebrale che per la scienza collega il passato con il presente per Dick collegherebbe il futuro con il presente. Queste istruzioni vengono reiterate nei sogni allo scopo di ripetere l’addestramento originale, quello che ci porterà a reagire in un dato modo quando un segnale apposito nell’ambiente ce lo segnalerà. Se per un errore si dovesse mancare un segnale spunterebbe  “fuori un intero universo alternativo”.(129)  Quindi l’engramma sarebbe un programma che dal futuro verrebbe a implementarsi nel passato di una persona per poter farla reagire in un dato modo in un determinato tempo. Un percorso prestabilito tracciato dai segnali necessari. La cosa importante però è che sono segnali disinibitori, cioè non innescano riflessi condizionati ma servono a portare alla memoria un addestramento (programma) originario, quel che si deve fare in quell’occasione. Tutto sommato un sistema alquanto macchinoso “un modo tutt’altro che economico e ordinato per Dio di gestire le cose.” In definitiva una programmazione troppo incline alla possibilità di un errore (di una libera scelta dell’individuo?).


Nota 1: Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria e del ricordo, Bruno Mondadori, Milano 2002, p. 164.

Tra 7 giorni: ESEGESI 15 - La morte stessa morirà

giovedì 6 aprile 2017

Telepatia


La telepatia è un tema  in Dick che ha una grossa affinità con quello della paranoia: “-Noi schizofrenici abbiamo questo problema, captiamo l’ostilità inconscia degli altri.- -Capisco. Il fattore telepatico. Con Clay andò sempre più peggiorando finché…- Lo guardò. –L’esito paranoide.- -È la cosa peggiore della nostra condizione, questa coscienza del sadismo e dell’aggressività sepolti e rimossi negli altri intorno a noi, perfino negli estranei. Come vorrei che non l’avessimo, lo percepiamo perfino nei ristoranti…-“ NOI MARZIANI (1962). Il telepate è effettivamente un mestiere molto difficile, in cui la capacità acquisita tramite l’addestramento e il duro lavoro risultano importanti forse ancor più delle potenzialità innate: “Un telepate doveva imparare ad avere la pelle robusta. In pratica, doveva imparare a sintonizzarsi sui pensieri consci, positivi, di un individuo, tralasciando la mistura assortita dei suoi processi mentali inconsci. Sbirciando in quella regione, si poteva trovare praticamente di tutto… e quasi in chiunque. Ogni dattilografo che transitava per il suo ufficio aveva pensieri fuggevoli di distruggere il proprio superiore per prendere il suo posto… e alcuni miravano anche più in alto; strutture mentali ricche di fantastiche illusioni personali esistevano anche negli uomini e nelle donne più miti…” NOSTRI AMICI DI FROLIX 8 (1968-9). E forse in realtà la telepatia è qualcosa che tutti possono imparare: “Secondo la teoria di convergenza di Balkani, esisteva una scorciatoia che consentiva un contatto tra le particelle di materia a prescindere dalla distanza che le separava. Era attraverso questo punto di convergenza che le vibrazioni dell’aura si trasformavano in telepatia a largo raggio. Quindi, sempre secondo questa teoria, Balkani era riuscito ad addestrare un discreto numero di persone – tra cui Percy X – rendendole capaci di penetrare la mente anche a distanze considerevoli. Di fatto, però, la teoria implicava che chiunque, nelle condizioni adeguate, avrebbe potuto stabilire un contatto telepatico. In fin dei conti tutti hanno una relazione con il punto di convergenza.” LA CONQUISTA DI GANIMEDE (1964). Oppure si può acquisire per caso: “Con un sospiro, il signor Lee disse: -La scatola empatica l’ha trasformata per un momento in un telepate involontario. È stato un colpo per lei.- Gli batté sulla spalla. –La telepatia e l’empatia sono due versioni della stessa cosa.” I SEGUACI DI MERCER racconto del 1964. Ma per i telepati di mestiere non è solo un lavoro duro e faticoso, è anche un mondo, una forma di vita da cui è impossibile separarsi (e nel caso lo fosse sarebbe estremamente doloroso): “Dai suoi occhi trapelava una sofferenza interiore. –Ormai è finita, è come diventare improvvisamente ciechi. Dopo l’intervento ho urlato e pianto per un sacco di tempo. Non riuscivo ad abituarmi e sono crollata.-“ LOTTERIA DELLO SPAZIO (1953-4). In ogni caso la telepatia vista da quelli che ne sono privi, risulta essere un potere malvagio e opprimente: “-Tutti odiano i Tel- disse Sally. –È un potere cattivo, sporco. Scrutare nella mente degli altri è come guardarli quando fanno il bagno o si vestono o mangiano. Non è naturale.- Curt sorrise. –Sono diversi dai Precog? Non puoi definire naturali nemmeno i nostri poteri.- -La precognizione ha a che fare con eventi, non con persone- disse Sally. –Sapere cosa sta per succedere non è peggio del sapere quello che è già successo.-“ nel racconto IL MONDO DEI MUTANTI (1954). E ancora: “-Sto captando molte stranezze nella sua mente- -Esca dalla mia mente- ribatté brusco Jason, con un senso di repulsione. Non gli erano mai piaciuti i telepati impiccioni, spinti solo dalla curiosità, e quel tipo non faceva eccezione.” SCORRETE LACRIME, DISSE IL POLIZIOTTO (1970). Ovviamente c’è anche chi si serve dei telepati, come, ad esempio, la polizia: “Un poliziotto stava estraendo una barretta telepatica, un sensore che avrebbe captato e registrato i suoi pensieri per dar modo alla polizia di controllarli.” GUARITORE GALATTICO (1967). Se ne servono perfino quelli che combattono i mutanti: “…i castrati telepatici tollerati perché erano utili nella difesa contro altri mutanti.” LE ILLUSIONI DEGLI ALTRI racconto del 1957. Ma per chiunque, anche per chi non ha nulla da nascondere, l’idea di poter essere violati nel luogo ritenuto più sacro e intimo, la nostra mente, risulta intollerabile: “-Le abbiamo inserito nella testa un trasmettitore telepatico che ci tiene costantemente informati.- Un trasmettitore telepatico, fatto con un plasma vivo che era stato trovato sulla Luna. Rabbrividì di disgusto. Quella cosa viveva dentro di lui, dentro al suo cervello, si nutriva, ascoltava, si nutriva…” nel racconto del 1966 MEMORIA TOTALE. E allora ecco che, anche sapendo di fare una cosa illegale, la voglia di opporsi, di resistere si fa avanti, costi quel che costi: “SALVE! QUESTO SCHERMO ANTISONDA LE VIENE INVIATO COI COMPLIMENTI DEL FABBRICANTE E NELLA SINCERA SPERANZA CHE POSSA ESSERE DI QUALCHE VALORE PER LEI. GRAZIE. Nient’altro. Nessuna ulteriore informazione. Aveva riflettuto a lungo. Doveva metterlo? Non aveva mai fatto niente. Non aveva fatto nulla da nascondere, nessuna slealtà all’Unione. Però l’idea lo affascinava. Col cappuccio, la sua mente sarebbe stata soltanto sua. Nessuno avrebbe potuto scrutarla. La sua mente sarebbe di nuovo appartenuta a lui, privata, segreta. Avrebbe potuto pensare come preferiva: una successione sterminata di pensieri a uso e consumo suo, e di nessun altro.” IL FABBRICANTE DI CAPPUCCI racconto del 1955. 

lunedì 3 aprile 2017

ESEGESI 13 - Oh Ho, Oh On


“Ci chiama alla ribellione
per la libertà,
il piccolo vaso d’argilla
che ha forgiato l’universo.”(859)

“Adoreremo il potere per sé, confondendo il potente con il sacro? Tutto quello che è colossale è un inganno. Nella spazzatura rifiutata scintilla la piccola, assennata, limpida voce. Possiamo ignorarla e adorare il potere. Ma l’ironia è che l’adorazione del potere ci deruba del nostro stesso potere: è tutto debitamente preteso da YHWH.1 Adorare il potere esterno significa perderlo da sé, la disparità diviene assoluta. Ho On aveva ragione: il vaso più umile è quello davvero più sacro.”(467) Il piccolo vaso d’argilla, oggetto umile e sacro, che si trova disseminato in numerosi romanzi di Dick2 evolve nella stesura dell’Esegesi da simbolo di una riconciliazione possibile tra ciò che è stato creato e colui che l’ha creato (ricordiamoci come “nella Cabalà, si parla di Shviràth hskrlin, di quei vasi rotti nel momento della creazione”)3 in una figura, all’opposto, di ‘ribellione per la libertà’. Il vasaio non ripara più, l’artigiano evolve nell’artista creatore e l’artista in colui che pensa e agisce la propria ribellione. Ovviamente questo è solo un’azzardata ipotesi interpretativa che vale quanto un’altra, o forse meno; rimane comunque che Oh On o Oh Ho è “il nome di una vaso d’argilla fatto da Dick per un amico” e che “in una precedente visione ipnagogica, Dick sentì il vaso, che si identificò come ‘Oh Ho’, che gli parlava in un tono arrogante e irritato di argomenti spirituali. In seguito Dick teorizzò che il nome ‘Oh Ho’ poteva riferirsi alla frase greca Oh On, che significa ‘Colui che è’. La frase ‘ho on’ appare in Esodo, 3:14, quando Dio si identifica come ‘io sono chi sono’ (nel greco della versione dei Settanta: egò eimi ho on).” (1278 glossario) Avere a che fare direttamente con ‘colui che è’ tramite un artefatto è già un atto di un rapporto diverso col trascendente, un atto materiale che comporta un fare e un disfare. “Sostituite ogni ‘è’ con ‘fa’ e l’ontologia svanisce.”(664) Forse non c’è atto di ribellione più grande!

Nota 1: “YHWH nella Bibbia ebraica il vero nome di Dio” dal Glossario p. 1293

Nota 3: Elie Wiesel, Credere non credere, La Giuntina, Firenze, 1986

Fra 7 giorni Esegesi 14 - Engrammi, tracce di memoria dal futuro

giovedì 30 marzo 2017

Moda


“Nella società del biopotere” ci ricorda Antonio Caronia in un suo seminario su Michel Foucault: “lo Stato ha un tale potere, una tale possibilità di  intervento sui processi vitali, sui processi della vita che non si interessa più di rendere così banalmente uniforme la società”, come accadeva nella società disciplinare, “la gente può vestire come vuole, può avere anche le preferenze sessuali che vuole,  (…) perché tanto è andato più a fondo il potere, controlla un livello che prima non controllava. (…) È l’intera vita degli esseri umani come specie che diventa oggetto di una pratica di amministrazione. Si possono finalmente amministrare i geni della vita.”1 Il mondo che Dick descrive nelle sue opere è un mondo di transizione, di passaggio tra questi due diversi tipi di potere, ed è per questo che anche le più colorate descrizioni dei costumi sessuali, della moda, dei consumi ecc. non sono mai fini a se stessi, ma significano. Stanno lì a raccontare come un determinato periodo storico caratterizza le proprie forme, le proprie modalità di appartenenza a una specifica vita comunitaria.                                                                                                                   Quella che segue è una selezione di esempi riguardanti i modi del vestire: frammenti di un caleidoscopio che caratterizza l’apparente libertà di una società altamente omologata nelle sue effettive pratiche di vita.
“Così questo è il tipo su cui tutti vanno scrivendo, disse Erickson tra sé. Sembrerebbe migliore di noi altri e indossa un completo in pelle di grillotalpa marziano.” SVEGLIATEVI DORMIENTI (1963)
“La cameriera indossava le lunghe calze di fibra e la sexmicetta, che erano i due indumenti femminili maggiormente di moda in quel periodo. La sexmicetta era una tunica corta che lasciava un seno, quello destro, scoperto, e il capezzolo era elegantemente infilato in un raffinato ornamento svizzero, composto di numerosissime parti miniaturizzate; l’ornamento, che aveva la forma di una grande gomma di matita d’oro, con il suo perfetto foro centrale, suonava della musica semiclassica e brillava di una serie di luci dai diversi colori, brillanti e attraenti, che gettavano una trama luminosa sul pavimento, davanti alla cameriera, illuminandole la strada, in modo da permetterle di passare tra le affollatissime tavole del ristorante.” UTOPIA, ANDATA E RITORNO (1963)
“La sbirciò di nascosto e la trovò attraente. I suoi corti capelli color bronzo creavano un gradevole contrasto con la pelle grigio chiara. Inoltre, la ragazza aveva una delle vite più sottili che Joe avesse mai visto, che, come tutto il resto del corpo, risaltava generosamente nella camicetta e nei pantaloni di schiuma-spray permoform.” GUARITORE GALATTICO (1967)
“La porta della stanza si spalancò di colpo. –Che volo!- esclamò ansante Rachel Rosen, facendo il suo ingresso avvolta in un lungo soprabito a squame di pesce sotto cui s’intravedeva una parure identica di calzoncini e reggiseno.” MA GLI ANDROIDI SOGNANO LE PECORE ELETTRICHE? (1966)
E gli svariati esempi in UBIK (1966):
“Lei ricorda questo annuncio, signor Runciter? Mostra un marito tornato a casa dal lavoro; indossa ancora la sua fascia da vita color giallo elettrico, il gonnellino a petalo, calze al ginocchio e un berretto a visiera militare.”
“Una ragazza ossuta con gli occhiali e i capelli lisci giallo-limone, vestita con un paio di bermude e una mantiglia di merletto nero, con l’aggiunta di un cappello da cow-boy.”
“Una donna più anziana, dalla pelle scura e piuttosto bella, con un paio di occhi scaltri e leggermente stravolti, che indossava un sari di seta, un obi di nylon e dei calzini troppo corti.”
“Un ragazzino adolescente dai capelli lanosi perennemente avvolto da una cinica nube di orgoglio; questo abbigliato con una camicia a fiori giganteschi e con calzoni da sci in spandex.”
“signora trentenne e mascolina dalla pelle color sabbia che sfoggiava calzoni in finta vigogna e una camicetta sulla quale era stampato un ritratto sbiadito di Lord Bertrand Russell.”
“Accanto alla finestra, infilato nei soliti eleganti pantaloni in scorza di betulla, la cintura in corda di canapa, una maglietta trasparente e un alto cappello da ferroviere in testa”
“Un uomo calvo, munito di una barbetta caprina, indicò se stesso. Portava un antiquato paio di calzoni di lamé dorato stretti ai fianchi, eppure riusciva ad apparire elegante: forse il merito ricadeva anche sui bottoni della sua camicia verdealga, grossi come uova. Trasudava a ogni modo una grande dignità, una nobiltà superiore alla media. Joe ne fu impressionato.”
“un individuo magro con la faccia seria che sedeva eretto sulla sua sedia, le mani sulle ginocchia. Indossava un costume tirolese in poliestere, copricalzoni di cuoio stile cow-boy decorati con finte stelle d’argento e teneva i lunghi capelli avvolti in una reticella. Ai piedi un paio di sandali.”
“Un giovanotto dal naso sottile, abbigliato con una maxigonna e dalla testa davvero piccola, non più grande di un melone”
“un tizio flaccido di mezz’età con i piedi enormi, i capelli impomatati e la pelle fangosa, senza contare un pomo d’Adamo particolarmente sporgente, che per l’occasione sfoggiava un abito da lavoro color culo di babbuino.”
“Panciuto, tozzo e con le gambe grosse, Stanton Mick avanzò verso di loro. Indossava calzoni da donna a mezza gamba color fucsia, pantofole in pelo di yak rosa, una camicia senza maniche in pelle di serpente e un nastro nei capelli tinti di bianco che arrivavano fino alla cintola.”
“Una persona simile a un coleottero, abbigliata con tipici indumenti del Vecchio Continente: una toga di tweed, pantofole, una sciarpa scarlatta e un berrettino rosso con elica stile anni Cinquanta.”
“Indossava calzoni alla zuava di feltro verde, calze grigie da golf, un giubbotto senza collo in pelle di tasso e un paio di scarpe senza lacci in finto cuoio”


lunedì 27 marzo 2017

ESEGESI 12 - Nel cuore della notte


Angel Archer è il primo personaggio che assurge al ruolo di protagonista nell’ultimo dei romanzi di Dick, l’opera ‘testamento’ La trasmigrazione di Timothy Archer. Angel, per Gabriele Frasca, è la “coscienza infelice” che non solo saprà divincolarsi dalla “struttura delirante” creata dall’ossessiva ricerca della “verità vera” da parte dell’ultimo Dick, ma che saprà anche offrire “al proprio autore, attraverso un esplicito flusso di pensieri, l’occasione, prima che la morte lo metta a tacere per sempre (…), di una straordinaria consapevole confessione.”1 Quello che in sostanza Frasca ci dice della confessione di Dick tramite Angel è che tutta questa ossessiva ricerca del vero altro non è che un “pacco” (a packaged fraud)2 e che questa “fame” di assoluto è ciò che rende la vita non vissuta e quindi inutile. L’ultimo romanzo, come lascito dickiano, si presenta perciò nella forma di monito a non seguire le sue orme; un romanzo dipinto “col pennello del Flaubert più acido, quello di Bouvard et Pécuchet per intenderci” che raccontando dei rotoli del Mar Morto e “della misteriosa setta dei zadochiti, finisce col diventare l’ennesima ‘idea prevalente’ che consegna, col dovuto anticipo, gli ‘stupidi’ alla morte.”3 Quel che sembra possa desumersi da questa articolata e stimolante critica di Frasca è che l’ultimo Dick, quello di Valis (ma anche di conseguenza tutta quella vena di ricerca sulla ‘verità’ che attraversa l’intera sua opera) altro non è che la dimostrazione dello spreco di un’esistenza vissuta nella ricerca del motivo del nostro esistere e patire. Un fallimento che si salva in extremis con questo testamento confessione che consente di ribaltare la sentenza su tutto questo lavorio intellettuale rivedendolo come una sorta di antidoto (Ubik), capace di smontare il grande sciocchezzaio delle futili parole e permettendo così di “avere il coraggio di assumere ciò che va assunto, e poi, con altrettanto coraggio, in un’epoca in cui la massiccia dose di informazioni ci arreda costantemente la vita coartandoci al passato ‘narcisistico’, (…) espellere tutto il resto.”4 Ma ora che abbiamo a disposizione l’Esegesi, anche se solo in forma parziale, possiamo renderci conto che la febbricitante ricerca dickiana non termina col testamento di Archer; il sciocchezzaio dei Bouvard et Pécuchet continua, come continua la vita e, forse, quest’ultima continua proprio perché caparbiamente non si vuole accettare di “espellere tutto il resto”. In altri termini: se fosse possibile espellere dalla vita ciò che non serve cosa rimarrebbe?                                                              
“Nel cuore della notte ho avuto un’intuizione straordinaria.”(1240)

Nota 1: Gabriele Frasca, Come rimanere rimasti, in Trasmigrazioni. I mondi di Philip K. Dick, a cura di V. M. De Angelis e U. Rossi, Le Monnier, Firenze 2006 p. 251 (lo stesso testo ampliato in: G. Frasca, L’oscuro scrutare, Meltemi, Roma 2007)
Nota 2: ivi, p. 249
Nota 3: ivi, p.251
Nota 4: ivi, p. 258

Tra sette giorni: Esegesi 13 - Oh Ho, Oh On

giovedì 23 marzo 2017

Verità


“Papageno: -Figlia mia, cosa dovremmo dire ora?-
Pamina: -La verità. Questo diremo.-“
MA GLI ANDROIDI SOGNANO LE PECORE ELETTRICHE? (1966)

“Tu conoscerai la verità, pensò Adams, e grazie ad essa sarai libero.” LA PENULTIMA VERITA’ (1964) 1 Ma forse nella traduzione italiana si sarebbe potuto anche scrivere: “…grazie ad essa non potrai essere assoggettato, reso schiavo.” Essere libero, nel mondo dickiano, è un’affermazione un po’ troppo forte. La verità è qualcosa in sé  pericolosa, che potrebbe portare a effetti molto simili a quelli di una crisi psicotica: “-Hai avuto un episodio psicotico, stanotte?- -Neanche lontanamente. Ho avuto un momento di verità assoluta.” I GIOCATORI DI TITANO (1963). Ma se è chiaro, almeno per chi frequenta spesso la narrativa dickiana, che la verità assoluta (la realtà ultima che sta dietro tutte le cose) non è accessibile se non, appunto, come allucinazione psicotica o visione mistica, la verità, quella più prosaica, quella sulla condizione umana, non è detto che sia meno pericolosa: “La verità! Che cosa voleva dire? Come per un bambino che si arrampicasse sulle ginocchia di un Babbo natale in un grande magazzino, sapere la verità sarebbe stato come piombare a terra stecchiti. Era questo che volevo?” L’ANDROIDE ABRAMO LINCOLN (1962); “Pensavo che un dottore, come un avvocato o un prete, potesse superare lo shock di vedere la vita così com’è: pensavo che la verità fosse il suo pane quotidiano.” ILLUSIONE DI POTERE (1963); e ancora: “-È strano- disse Juliana. –Non avrei mai pensato che la verità la facesse arrabbiare.- La verità, si disse. Terribile come la morte. Ma più difficile da trovare.” LA SVASTICA SUL SOLE (1961). E anche quando si prova a prendere delle contromisure, a governare le pretese della verità, il risultato non può che essere sconcertante: “-Jones può benissimo dissentire. Può credere a quello che vuole; può credere che la terra è piatta, che Dio è una cipolla, che i bambini nascono nelle buste di plastica. Può avere l’opinione che preferisce; ma quando comincia a spacciarla per Verità Assoluta….- -lo sbattete in prigione- disse Nina rigida. –No- la corresse Cussick. –Tendiamo la mano, diciamo semplicemente: dimostra o stai zitto. Conforta i fatti quello che vai dicendo. Se vuoi dire che gli ebrei sono la radice di tutti i mali – devi provarlo. Lo puoi dire, se riesci a dimostrarlo. Altrimenti, fila ai lavori forzati.-“ E JONES CREO’ IL MONDO (1954). La verità è in effetti una materia difficile da trattare e alle volte è meglio preferirle delle rassicuranti menzogne: “-Ma certo,- Jason provò un moto di simpatia. La verità. Aveva spesso riflettuto, è sopravalutata come virtù. Nella maggioranza dei casi, una bugia comprensiva ottiene risultati migliori ed è più misericordiosa.” SCORRETE LACRIME, DISSE IL POLIZIOTTO (1970). Ma Dick è sempre pronto a ripensarci e in uno dei suoi ultimi romanzi  DIVINA INVASIONE (1980) ribalta nuovamente la questione: “-La grigia verità è meglio del sogno- disse lui. –E anche questa è verità. La verità ultima, definitiva, è che la verità è meglio anche della più pietosa delle menzogne. Non mi fido di questo mondo perché è troppo dolce.”

Nota 1: La precedente traduzione dell’Editrice Nord di Mauro Cesari (per gentile concessione della casa editrice La Tribuna, Piacenza) ha questa diversa versione: “Conoscerai la verità, pensò Adams, e la verità ti renderà schiavo.”  Maurizio Nati ripristina la traduzione corretta di “Yes hall know the truth, Adams thought, and  by this thou shalt enslave.” 

lunedì 20 marzo 2017

ESEGESI 11 - Sul bordo

disegno di Marisa Bello

“Sì, sono sul bordo della realtà;
livello dopo livello, ognuno più
ontologicamente reale del precedente,
e poi… il nulla. Il vuoto.
Solo un debole vento che smuove la realtà,
che la strattona.
E magari un luccichio di colore,
per un attimo.(866)

“Nelle storie di Dick, fra tutta l’angoscia per gli universi che si disintegrano e la realtà instabile, c’è sempre la sensazione di una realtà ultima nascosta sotto la contraffazione.”(130 nota)  Gabriel Mckee, l’autore di questa nota porta come esempio della fede in un assoluto da parte di Dick le figure di Ubik, di Colui che Cammina sulla Terra1 e di Wibur Mercer2. “Contrariamente alle apparenze qualcosa è davvero reale” e questo collocherebbe, in definitiva, Dick “nella tradizione dei mistici apofatici3 come Meister Eckart o l’anonimo autore di La nube della non conoscenza4.” Ora, se non c’è dubbio che Dick parli spesso di una realtà altra, che sta dietro, nascosta, è altrettanto vero che questa realtà ultima viene sottoposta dallo stesso Dick a un tale spingi e tira che alla fine il tirare, al contrario della realtà che viene tirata, risulta essere l’unica vera realtà. “Heidegger dice: ‘perché c’è qualcosa invece del nulla?’ Al che chiedo: ‘perché Heidegger pensa che ci sia qualcosa invece di nulla?’ Il tirare è reale e il campo della realtà che viene tirato non lo è. Così che ciò che è genuinamente reale viene indicato dal suo effetto sul ‘campo della realtà’ (che non è reale), ma che cos’è che tira io non ne ho idea.”(890) Allora su quale bordo di realtà si situa Dick e che tipo di fessura è quella che si è prodotta dall’esperienza del 2.3.74? Una fessura da cui guardare la realtà, quella vera, ultima come suggerisce Mckee, o quella che affaccia al baratro della follia di una realtà non più condivisa,  o ancora qualcosa di altro? Qualcosa d’altro che sia più simile allo sguardo del genealogista foucaultiano che a quello del mistico; uno sguardo che si apra alla consapevolezza che “il mondo  non è una rappresentazione che consenta di mascherare una realtà più vera e nascosta dietro le quinte. Il mondo è così come esso appare.”5 Dick confessa che ha “dovuto sviluppare un amore per il disordine e la confusione, vedendo la realtà come un grande enigma da fronteggiare gioiosamente, non con la paura ma con infaticabile fascinazione. Quello che serviva di più era la messa a prova della realtà, e la disponibilità ad affrontare l’esperienza che si autonega: ovvero le autentiche contraddizioni, con qualcosa che è allo stesso tempo vero e non vero.”(738) Cioè qualcosa che si può indagare ma che non può avere nessuna pretesa di autenticità, men che meno rimandabile a una qualsivoglia autenticità dietro le quinte. La realtà del chiosco di bibite in ‘Tempo fuori di sesto’ si dissolve lasciando al suo posto un foglietto con su scritto chiosco di bibite, non aprendo un varco verso una qualche alterità. Banalmente rimane un nome, una nominazione. Un’illusione non nasconde altro che se stessa, ma il rapporto di questa con noi stessi è tutt’altro che illusorio: “tutto quello che bisogna fare è credere totalmente che lo schema ‘X’ esiste e se ‘X’ è potenzialmente reale passerà per autentico. Questo richiede una relazione spingi-tira fra la persona e la realtà. Non può, diciamo far nascere una fenice azzurra ex nihilo; la persona deve entrare in un progressivo, intricato dialogo con la realtà in cui c’è risposta fra entrambe le parti. (questo presume capacità di sentire, volontà e intenzionalità nella realtà). È richiesta  la messa alla prova della realtà, non la sua assenza. Sta soppesando le sue parti flessibili più morbide, dove cederà, quanto e in qual modo.”(739-740) Possiamo anche considerarla illusione ma è un’illusione i cui effetti non possono essere che reali.

Nota 1: Labirinto di morte (1968)
Nota 2: Ma gli androidi sognano le pecore elettriche? (1966)
Nota 3: pervenire alla conoscenza di Dio tramite  negazioni: Dio non è…   http://www.treccani.it/enciclopedia/apofatico/ 
Nota 4: The Cloude of Unknowyng) è una guida spirituale pratica scritta nel XIV secolo da un anonimo inglese. Il testo è scaricabile qui: http://gianluca05.altervista.org/alterpages/files/nubenonconoscenza.pdf 

Nota 5: H. L. Dreyfus – P. Rabinow, La ricerca di Michel Foucault, La casa Husher, Firenze, 2010, p.166

Tra 7 giorni: Esegesi 12 - Nel cuore della notte