giovedì 16 marzo 2017

Paranoia


“Ben presto sono cominciate a succedere  
cose impossibili; mi sono ritrovato in quel
tipo di universo metastatizzante di
plastilina in cui scrivo…”              
(Esegesi)1                                                                 

“-Paranoia- mormorò il dottor Sign. –La sensazione di essere guardati.-“ IN SENSO INVERSO (1965).

Se scrivere può aiutare a mettere nero su bianco le proprie paranoie, strutturandole in una materia narrativa che aiuta a distanziarsene, nel caso di Dick potrebbe sembrare al contrario che questa stessa narrazione, divenendo autonoma, si sia impossessata del proprio creatore:  “Una psicosi paranoica. Immaginare di essere il centro di un enorme sforzo collettivo di milioni di uomini e donne, che richiede miliardi di dollari e un lavoro infinito… Un universo che orbita intorno a me. Ogni molecola si muove pensando a me. Un’irradiazione di importanza che arriva… fino alle stelle. Ragle Gum. Oggetto dell’intero processo cosmico, dal principio fino all’entropia finale. Tutta la materia e lo spirito, fatti per ruotare intorno a me.” TEMPO FUORI DI SESTO (1958). In realtà Dick si compiace di far coesistere la propria immaginazione fertile di idee sempre nuove con le proprie (e altrui) ossessioni, ma sa padroneggiare entrambe non perdendo mai la coerenza interna del racconto, anche del più assurdo, e, al contempo, riuscendo a vivisezionare l’esperienza paranoide: “È la mia casa. Nessuno mi ci metterà mai fuori. Quali che siano le ragioni per per cui vorrebbero o vogliono farlo. Supponendo che ci siano dei ‘loro’ che mi stanno osservando. Paranoia. O piuttosto l’’esso’ spersonalizzato, e non ‘loro’. Qualsiasi cosa sia ciò che stanno osservando, non è umano. Non secondo il mio metro, almeno. Non ciò che io riconoscerei come umano.” SCRUTARE NEL BUIO (1973). Una sensazione, nell’essere osservati, guardati, che si può trovare fin dalle prime opere di Dick: “-C’è qualcuno, qui, che conosce ogni cosa. Il perché e il percome. Qualcosa che mi sfugge. Qualcosa di ominoso e alieno. E voi ve ne state seduti a trastullarvi.-“ LA CITTA’ SOSTITUITA (1953). E ancora, sempre nella prima produzione dickiana, nel racconto NON-O del 1958: “-Hanno sempre classificato la paranoia come malattia mentale. Ma non lo è! Non c’è una mancanza di contatto con la realtà. Al contrario, il paranoide ha un rapporto diretto con la realtà. È un empirista perfetto. Non contaminato da inibizioni etiche e morali-culturali. Il paranoide vede le cose  come realmente sono. In effetti, è l’unico individuo sano di mente.” E a proposito del racconto COLONIA del 1953 lo stesso Dick  in una nota pubblicata in occasione della ristampa del racconto, in un’antologia del 1976, scrive: “L’apoteosi della paranoia non è quando tutti sono contro di te, ma quando tutto è contro te. Non ‘il mio capo sta complottando ai miei danni’ ma ‘il telefono del mio capo sta complottando ai miei danni.’ A volte, gli oggetti sembrano possedere una volontà loro anche per una mente normale; non fanno quello che dovrebbero fare, ci si mettono fra i piedi, dimostrando una resistenza innaturale ai cambiamenti. In questa storia ho cercato di immaginare una situazione capace di spiegare in maniera razionale il bieco complotto degli oggetti contro gli esseri umani, senza allusioni a malattie mentali degli esseri umani.”


Nota 1: Philip K. Dick, Esegesi, Fanucci, Roma, 2015, p.686

lunedì 13 marzo 2017

ESEGESI 10 - Apologia Pro Vita Mia


Il 2 dicembre 1980, quando Philip K. Dick scrisse la parola FINE alla sua Esegesi ( fine solo provvisoria perché subito dopo, come se nulla fosse, continuò ad accumulare nuovamente pagine su pagine) scrisse su un foglio apposito il titolo che doveva avere tutta quella sua enorme fatica: “La Dialettica. Dio contro Satana & la Vittoria Finale di Dio prevista e narrata. Philip K. Dick. Un’Esegesi. Apologia Pro Vita Mia.”1 Richard Doyle nella postfazione all’Esegesi colloca questa insieme a Ibn Arabi e ai Misteri “a pieno diritto in quella che Aldous Huxley chiamò ‘la filosofia perenne’: le tradizioni contemplative al cuore di tutte le religioni del mondo.” Quella tale filosofia “che spiegherebbe e raccoglierebbe subito i frammenti di verità sparpagliati in tutti i sistemi apparentemente più incongrui”(1244)  e avrebbe di conseguenza il compito di “dissolvere il sé ordinario allo scopo di potere avere un barlume della realtà.”(1245) Ma come per le grandi tradizioni misteriche “ci si allena alle illuminazioni di queste tradizioni con l’intensità e la caparbietà di un pugile non più giovane che si prepara al combattimento” e per Dick l’obiettivo è “cercare di mettere in atto ciò che Lethem e Jackson2 chiamano ‘la mente che scruta sé stessa’. (…) Attraverso la pratica dello scrivere migliaia di pagine, P.K.D. è riuscito a dissolversi periodicamente nel linguaggio… quello che lui chiama il Logos. Il termine greco per ‘discorso’ e ‘ragione’. Il processo rivela una qualità ‘estatica’, simile all’unione col divino dei dervisci sufi che danzano fino a non ricordare più la differenza fra sé stessi e la danza.”(1245) Doyle finisce assimilando la pratica di scrittura di Dick alla pratica sciamanica; invece di “bacchette, sonagli e altri strumenti (…) gli effetti stessi delle parole”. Recitare o cantare l’Esegesi il cui “tema è: la conoscenza totale è possibile solo attraverso la paradossale accettazione del mistero totale, una cancellazione di tutto ciò che crediamo di conoscere.”(1246) E infine “in verità P.K.D. scrive in estasi… è ‘fuori di sé’ quando nell’Esegesi esterna le su esperienze nella scrittura e le contempla scrivendo, una mente che scruta sé stessa.”(1247) Siamo molto lontani da un kit di strumenti preconfezionati pronti per l’uso di una possibile nuova religione nascente? Il filosofo Antonio Lucci osserva al proposito che: “in un mondo profondamente segnato dalle ricorrenze calendaristiche cristiane, pur nella sua frazione secolarizzata, il mese di Febbraio del 1974 rappresenta il possibile anno zero di una particolarissima religione cosmica alternativa, con un testo sacro, la Exegesis, un profeta, Philip K. Dick, una serie di testi divulgativi – di vangeli -, i romanzi che compongono la trilogia di VALIS (sigla per Vaste Active Living Intelligence System, il nome che Dick diede all’entità che secondo lui si era messa in contatto von la sua mente)… e un solo fedele, lo stesso Dick.”3 Finendo però col constatarne l’impossibilità, come nuova religione nascente, in quanto si esprimerebbe in “un linguaggio non più comprensibile, una lingua antica” inaccessibile al lettore contemporaneo. Insomma: efficace o non efficace Kit del religioso? In realtà il linguaggio dickiano ci può apparire ancora ‘antico’ semplicemente perché rimescola saperi antichi, ma forse non ci si è resi ben conto che l’amalgama è affatto nuovo. Dick bypassando il fatto che “l’umanità è stanca di conoscere; vuol credere”4 (leit-motive che dimostra paradossalmente sempre più forza col progredire tecnico-scientifico) incide direttamente i nostri bisogni di certezze affrontandoli nella disperata, ma anche gioiosa, a ben vedere, ricerca del precario equilibrio tra una conferma del nostro esistere e la consapevolezza della sua illusione. Non c’è possibilità in questo di costruzione di una neo religione ma c’è tutto il religioso di cui, ad esempio, uno come Wittgenstein considerava implicite le proprie ‘Ricerche filosofiche’.5

Nota 1: Lawrence Sutin, Divine invasioni, Fanucci Roma 2001 p. 304
Nota 2: i curatori dell’Esegesi
Nota 3: Antonio Lucci, L’Esegesi: il vangelo secondo Philip K. Dick. http://www.doppiozero.com/materiali/recensioni/lesegesi-il-vangelo-secondo-philip-k-dick 
Nota 4: Vittorio Macchioro, Zagreus, Mimesis, Milano 2015, p. 519.

Nota 5: “alla pur giusta affermazione che Wittgenstein non fu un uomo religioso, potrebbe fare da contrappeso il fatto che le sue riflessioni su se stesso e sull’umanità, e addirittura sullo scopo del suo intenso lavoro filosofico, erano compenetrate di pensieri e sentimenti di carattere religioso.” Norman Malcolm, Ludwig Wittgenstein, Bompiani, Milano, 1988, p. 117. 

Tra 7 giorni Esegesi 11 - Sul bordo

lunedì 6 marzo 2017

ESEGESI 9 - Stasi


Scrive Lawrence Sutin nella biografia su Dick ‘Divine invasioni’: “dei suoi anni alle superiori è sopravvissuto un racconto di fantascienza (…) ‘Stability’1 (Stabilità). Tratteggia una distopia post-venticinquesimo secolo retta dal principio soffocante della ‘stabilizzazione’, che non permette cambiamenti politici o tecnologici. Analoghe distopie statiche sarebbero comparse in due suoi romanzi di fantascienza degli anni Cinquanta: The World Jones Made2 (E Jones creò il mondo) e The Man Who Japed (Redenzione immorale).”3 Poi sembra che Dick abbandoni per sempre questo tipo di distopie troppo consuete e consumate nella SF tradizionale, ma in realtà della stasi e del suo necessario superamento sono intessute le trame di molti altri suoi romanzi. Il governo dello status quo viene rappresentato in modi più variegati e sofisticati ma l’idea di un sistema in equilibrio che non permette trasformazioni sostanziali è sempre presente. Cos’altro sono i due sistemi di spionaggio e controspionaggio che governano in modo perfettamente simmetrico il gelido mondo di Ubik? Ma quello che demarca una linea di confine tra i primissimi romanzi citati da Sutin e i via via più maturi che seguono possiamo cercare di capirlo proprio da alcune annotazioni che si trovano nell’Esegesi: “Che ci piaccia o no, il marchio di garanzia del reale è l’inflizione e dunque l’esperienza del dolore… fisico e mentale: poiché per far sì che si verifichi l’attività (il cambiamento) nell’organismo totale, la sua ‘respirazione’… dev’esserci un incessante (e intendo davvero incessante) smantellamento di ogni forma (o stasi) per far posto alla stasi successiva.”(432)  Cioè ne va proprio della realtà. Non è solo una questione di distopia, della dittatura di una utopia realizzata che si trasforma nel suo contrario, un potere che, per dirla con Foucault, si trasforma in dominio.4 Per Dick, scrittore filosofo, il mondo necessita sì di raggiungere una stasi ma solo a patto che questa possa essere nuovamente distrutta per far posto a quella successiva. È la concezione di una stasi che contiene in sé l’idea di un conflitto permanente, un “disordine” che “è sempre sottostante – come una costante – non prima dell’ordine, ma ‘sotto’ di esso.”(443)  Conflitto come unica possibilità per produrre il cambiamento, quel cambiamento che è costitutivo della vita, a cui noi, come singole parti, apparteniamo. La stasi allora non è assenza di tensioni ma al contrario ciò che le rende possibili. 

Nota 1: Stabilità, pubblicato in Tutti i racconti vol. 1 Fanucci
Nota 2: Ma qui la stabilità è vista come l’interdizione di qualunque dogmatismo tramite, paradossalmente, un dogmatico relativismo che si impone come legge dello Stato sopra ogni pretesa di verità assoluta.
Nota 3: Lawrence Sutin, Divine invasioni, Fanucci Roma 2001 p. 66
Nota 4: cioè da potere di relazione si trasforma in potere di costrizione.

Tra 7 giorni Esegesi 10 – Apologia pro vita mia

lunedì 27 febbraio 2017

ESEGESI 8 - Attraverso gli occhi dell'Altro



Sicuramente vale anche per Philip K. Dick, nella “sua incredibile (spesso ingenua) apertura all’altro”,1 quello che Michael Bachtin scrive a proposito dell’importanza del nostro rapporto con l’altro2 da noi: “Io prendo coscienza di me e divento me stesso, solo svelandomi per l’altro, attraverso l’altro e mediante l’altro.”3 Nel 1974 Dick, all’inizio della sua Esegesi, scrive: “Tutti gli incontri nel mondo fenomenologico (nel tempo e nello spazio) sono incontri interiori, con costrutti della nostra mente… qui e dovunque andiamo. Per sperimentare genuinamente, per incontrare davvero qualsiasi entità vivente in sé, bisognerebbe starci dentro, e averla in noi. (…) Si condividerebbe il suo mondo, ci si abiterebbe, si possederebbe la sua prospettiva; allo stesso tempo l’Altro possederebbe ciò che noi abbiamo come visione del mondo. (…) Non si vedrebbe l’Altro, si vedrebbe come l’Altro. Non possedendolo, ma possedendo il suo mondo. E questo non sarebbe tanto un ‘io sono nel tuo mondo e tu sei nel mio’, ma entrambi condividerebbero un mondo formato da entrambi i mondi precedentemente separati.”(91) Non possedendo l’altro ma possedendo il suo mondo e lui il nostro, e questo in che altro modo se non trovandoci reciprocamente in una zona di confine, liminare. Ci ricorda a proposito Bachtin: “tutto ciò che è interiore non è autosufficiente, è rivolto in fuori, è dialogizzato, ogni esperienza interiore viene a trovarsi sul confine, s’incontra con l’altra, e in questo incontro pieno di tensione sta tutta la sua sostanza.”  e ancora “l’uomo non ha un territorio interiore sovrano, ma è tutto e sempre al confine, e, guardando dentro di sé, egli guarda negli occhi l’altro e con gli occhi dell’altro.”4 Guardando ai romanzi di Dick e all’importanza che in essi rivestono due temi affini come l’empatia5 e la fusione6 si potrebbe essere portati a pensare che questo mondo condiviso, di confine, sia il mondo in cui tramite la capacità empatica l’incontro con l’Altro si realizzi attraverso una reciproca fusione. Ma in realtà sono proprio i personaggi più empatici, e che sono per questo quelli che provano più sofferenza nella tensione verso l’Altro, a rifiutare la fusione. E il Joe Fernwright di Guaritore galattico che rifugge dall’alettante simbiosi con il Glimmung e Il Rick Deckard che non si fonde nel mercerismo, così come il Barney Mayerson che rifiuta la fusione coatta col mondo totalizzante di Palmer Eldritch. Ci avverte a tale proposito ancora Bachtin: “di che cosa si arricchirà l’evento, se io mi fondo con un’altra persona e, invece di due se ne ha una?”7 Per Dick non di una fusione si tratta infine, ma di “una sovrapposizione più grande di quella che ciascuno dei due possedeva (…) Quest’improvvisa visione doppia, sovrapposta e simultanea verrebbe vissuta come se si guardasse una profondità addizionale: come se aggiungessero un’ulteriore dimensione spaziale. Come un abitante di uno spazio a due dimensioni all’interno di uno tridimensionale.”(91)

Nota 3: Michael Bachtin, L’autore e l’eroe, Einaudi, Torino, 1988
Nota 4: M. Batchin, L’autore e l’eroe, cit. p. 324

Nota 7: M. Bachtin, L’autore e l’eroe, cit. p. 79

Tra 7 giorni Esegesi 9 - Stasi

lunedì 20 febbraio 2017

ESEGESI 7 - Autore... chi?


“Diciamo che io sono ispirato a scrivere quello che scrivo da un’entità creativa al di fuori della mia personalità cosciente. (…) Non c’è dubbio che in tutta franchezza io non scrivo i miei romanzi nel vero senso della parola: essi provengono da qualche parte di me che non sono io.”(48-9) Questa distanza dell’autore dalla propria opera, al di là dell’abusata posa comune a tanti artisti, in Dick si colora di un’indicazione su una presunta provenienza in ‘qualche parte di me che non sono io’. In un altro momento riflettendo ancora sul rapporto con la propria opera sente “di essere stato molte persone differenti. Molte persone sono state sedute davanti a questa macchina da scrivere, usando le mie dita. Scrivendo i miei libri.” E estremizzando, prosegue dicendo che: “I miei libri sono falsificazioni. Nessuno li ha scritti. È stata la dannata macchina da scrivere, è una macchina da scrivere magica. O come John Denver trova le sue canzoni: li prendo dall’aria. Come le sue canzoni, i miei libri sono già lì. Qualsiasi cosa voglia dire.”(62) Non  è questo solo un problema di “dissolvenza dell’autore, disseminazione dell’opera, emergenza della collettività all’interno di una operatività artistica diffusa”1 non si tratta qui del confronto tra l’individuo e la collettività dal punto di vista del campo del fare artistico (se mai all’interno del passaggio dalla modernità alla postmodernità); qui entra in ballo il discorso sull’io, e su quell’io gonfiato da quella pretesa del dire autentico, originale. Non solo quel prendere da un humus creativo diffuso, (cosa del resto riconosciuta normale, per chi è onesto, nel fare artistico), qui si parla di ‘falsificazioni’, di macchine da scrivere che magicamente producono dal nulla. Michel Foucault incidendo in profondità il bisturi nella presunta materialità dell’autore ci dice che: “L’autore – o ciò che ho provato a descrivere come la funzione-autore – è probabilmente soltanto una delle specificazioni possibili della funzione-soggetto. Specificazione possibile o necessaria? Guardando le modificazioni storiche che si sono succedute, non sembra indispensabile, assolutamente, che la funzione-autore rimanga costante nella sua forma, nella sua complessità e finanche nella sua esistenza. Si può immaginare una cultura dove i discorsi circolerebbero e sarebbero ricevuti senza che la funzione-autore apparisse mai. Tutti i discorsi, qualunque sia il loro statuto, la loro forma, il loro valore e qualunque sia il trattamento che si fa loro subire, si svolgerebbero nell’anonimato del mormorio.”  Potremmo immaginarci a questo punto gli ottomila fogli dell’Esegesi non più salvati dalla solerzia dell’amico Paul Williams ma lasciati all’incuria, e sparpagliati, circolare per varie mani non innocenti, saccheggiati e manipolati fino a diventare una seria disputa tra appassionati e critici sulle presunte autenticità. “E dietro a tutte queste domande non si capterebbe altro che il rumore di un’indifferenza: ‘Cosa importa chi parla?’”2 Dick, questo ‘Hemingway della sub-cultura’3  potrebbe dire che chi parla è Valis e forse Foucault l’avrebbe trovata una risposta persuasiva.

Nota 1: Antonio Caronia, Reti e comunità. Oltre l’autore  
Nota 2: Michel Foucault, Che cos’è un autore?, in Scritti letterari, Feltrinelli, Saggi UE 2010, p. 21

Nota 3: Lawrence Sutin, Divine invasioni, Fanucci, Roma 2001, p.256


27 febbraio: Esegesi 8 – Attraverso gli occhi dell’altro 

lunedì 13 febbraio 2017

ESEGESI 6 - Nell'emporio di Archer


“La bottega sembrava zeppa di ogni specie di oggetti strani… ma il più strano di tutto era che, ogni qual volta Alice guardava attentamente uno scaffale, per veder bene quello che conteneva, quello appariva d’un tratto ai suoi occhi completamente vuoto, mentre gli altri tutt’intorno erano pieni zeppi. –Ma qui gli oggetti sembra che volino via,- disse ella alfine con voce lamentosa, dopo aver passato un minuto o due a inseguir vanamente una grossa cosa scintillante, che ora sembrava una bambola, ora una scatola di lavoro e si trovava sempre nello scaffale sopra quello in cui guardava. –E questo è il più irritante di tutti… ma vi dirò…- aggiunse, colpita da un’idea improvvisa, -che voglio seguirlo fino al ripiano lassù in cima. Non immaginerà di potersela svignare attraverso il soffitto, spero.- Ma anche questo piano fallì; l’oggetto passò tranquillamente attraverso il soffitto, come se per lui fosse una cosa consueta.”1 Nella bottega della pecora le certezze svaniscono, nel mondo di Alice come nel mondo di Ubik. Il non-senso che ne scaturisce ancor più che servire come contrappeso al senso, si insinua, come sostiene Deleuze, alla radice di ogni senso, corrodendolo e logorandolo dall’interno. Il senso si ammala ma al contempo ci costringe a focalizzare su di esso la nostra attenzione, a non darlo per ovvio; il senso si fa materia di lavoro costante. “Per fare un esempio, quando ho visto la Roma del 70 d.C. circa mi trovavo in un momento incredibilmente basso di vitalità (calore perdita morte). Ma come in Ubik (vale a dire nell’emporio di Archer) sia i periodi temporali che gli oggetti all’interno di essi esistevano simultaneamente. In effetti di nessuno dei due si potrebbe dire che è più reale dell’altro… una sorta di oscillazione (eppure in Ubik nessuno dei due era reale: entrambi erano illusori). Questo equivale a dire che si possono sbucciare a ritroso (da una parte) gli strati del 1974 e trovare il 70 d.C., e quindi la realtà con cui si ha a che fare non è una realtà (ma un’illusione)? Uno scherzo, un allestimento scenico? (…) Intuizione: come in Ubik noi (dobbiamo) mantenere il presente con una focalizzazione congiunta di sforzo e attenzione, costringendolo a essere stabile (e a non regredire).”(323) Ubik, quell’’emporio di Archer’2 dove le cose non rimangono mai le stesse; il mondo dickiano apparecchia una propria ‘bottega della pecora’ dove lo straniamento, lo spaesamento, non assolvono a una pura funzione destabilizzante capace di evocare l’insolito, l’inquietante, il non conosciuto: evocazione di un mondo presunto dall’’altra parte’3. Il qui e l’ora sono messi radicalmente in discussione evidenziandone la loro arbitraria legittimazione. Una messa in discussione che ha però in sé la volontà e la possibilità di  costruire una nuova capacità del vedere indispensabile al processo di trasformazione continua a cui la vita è legata per poter essere tale e continuare. “Quella narrazione gnostica su Cristo4 visto simultaneamente come bambino, uomo, vecchio, piccolo e calvo, basso e molto alto… mi ricorda gli avvistamenti, e i contatti ufologici con i fuochi fatui. E Zebra5 ha un po’ di quella qualità giocosa e allegra… proprio così. ‘Guarda sono qui… no, lì. Guarda, sono questo… no, quello.’ (Per esempio dal passato, dal futuro, da un altro pianeta, da un universo alternativo eccetera.) Indovinelli e burle… ci affascinano, ci allettano e ci incantano; e attraverso questo processo la nostra paura dello sconosciuto, del fremd (estraneo) viene meno. E diventiamo anche bambini ammaliati… assolutamente affascinati da questo schema emergente di quello che vediamo. Ci viene offerta in continuazione l’opzione di allontanare quello che ci viene mostrato dal maestro/burlone.”(434)

Nota 1: Lewis Carroll, Attraverso lo specchio, Einaudi Gli Struzzi, 1980 p. 173
Nota 2: Siamo nel 1976, cinque anni prima della stesura dell’ultimo romanzo di Dick La trasmigrazione di Timothy Archer, cosa realmente intenda Dick per ‘emporio di Archer’ rimane misterioso.
Nota 3: Alfred Kubin, L’altra parte, Adelphi, Milano 1965
Nota 4: Parte II^ nota 35: “Probabilmente Dick si riferisce all’Apocrifo di Giovanni, un testo gnostico sethiano in cui un Cristo dall’aspetto mutato dopo l’ascensione appare all’apostolo Giovanni. Gesù gioca un tiro simile negli Atti di Pietro, nel Vangelo armeno dell’Infanzia e in altri testi.”
Nota 5: Zebra, l’animale che si mimetizza nella savana, è un altro nome di Valis.

Lunedì 20 febbraio: Esegesi  7 – Autore… chi?

lunedì 6 febbraio 2017

ESEGESI 5 - Potrebbe non finire con me


Carlo Formenti tra gli studiosi italiani di Dick è quello che più di tutti ha insistito sulla religiosità dickiana, una religiosità “non meno visionaria di quella di Teilhard de Chardin, anche se il Dick ‘teologo’ non gode del credito accordato al filosofo gesuita: forse perché la sua concezione religiosa è decisamente più eretica (in quanto dichiaratamente gnostica, laddove Teilhard de Chardin resta un pensatore cristiano, per quanto atipico)”.1 Per avvalorare la sua tesi Formenti parla di una vera e propria folgorazione nell’incontro di Dick con la mitologia gnostica, e di una conseguente nuova luce sulle sue opere che avrebbero assunto “il significato di una sorte di rivelazione a posteriori.”2 Da qui sarebbero seguiti i romanzi di Valis e la “monumentale esegesi”, un opus che nel suo complesso costituirebbe un “discorso teologico complesso e coerente che, pur restando confinato nei limiti d’una bizzarra ‘religione personale’, intuisce e descrive le suggestioni escatologiche che emanano dalle reti di comunicazione vent’anni prima della nascita di Internet.”3 Il difetto di questa interpretazione teologica sta nell’accostare una visione, per quanto in odore di eresia, come quella di Teilhard de Chardin che poggia su una solida base di fede con una come quella di Dick che ha un retroterra affatto laico, come si evince chiaramente dalla sua descrizione della sua personale esperienza ‘mistica’: “sostanzialmente questa è un’esperienza religiosa, ma è anche di più perché non ci troviamo più in un mondo religioso; io sono una persona secolare e devo comprendere le mie esperienze in questo contesto. Altrimenti, anche se le comprendo, non posso comunicarle.”(99) Dick è persona che vive e sente il proprio essere secolare come il personaggio di Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?, Rick Deckard che non può invocare dio per essere salvato dalla ‘tomba del mondo’ come invece può fare il cervello di gallina Isidore. Come Deckard, Dick dovrà portarsi sulle spalle il fardello della propria esistenza umana senza il riparo di fede alcuna e pertanto non potrà più trovare consolazione dalla disperazione. Ma dovrà, potrà tracciare un nuovo cammino per l’umanità: “Dove questo porterà alla fine non so dirlo, ma fino a ora in tutti questi anni nessuno è giunto a trovare risposta alle domande che ho sollevato. Questo è inquietante. Ma… potrebbe essere l’inizio di una nuova era del pensiero umano, di una nuova esplorazione. Io potrei essere l’avvio di qualcosa di promettente: un primo esploratore incompleto. Potrebbe non finire con me.”(972)

Nota 1: Carlo Formenti, Incantati dalla rete, Raffaello Cortina editore, Milano 2000, p. 80
Nota 2: ibidem

Nota 3: ivi p. 81

Lunedì 13 febbraio: ESEGESI  6 - Nell'emporio di Archer