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domenica 16 settembre 2018

Antonio Caronia - Philip K. Dick: Deus absconditus


Una delle più vivaci argomentazioni sulla giustizia di Dio (teodicea, secondo il termine di Leibniz) che mi sia capitato di leggere si trova nelle prime pagine di Valis, il romanzo scritto nel 1978, e pubblicato nel 1981, ispirato alle esperienze di Dick del 2-3-74. Vale la pena leggerla per esteso.
-          Non c’era bisogno di tormentare Fat con domande oziose del tipo: “Se Dio può fare tutto, può creare un fossato così largo che non possa saltarlo? Avevamo un sacco di vere domande a cui Fat non riusciva a dare una risposta. Il nostro amico Kevin iniziava sempre il suo attacco allo stesso modo. “Cosa mi dici del mio gatto?” chiedeva Kevin. Parecchi anni prima aveva portato a passeggio il suo gatto, verso sera. Quello sciocco non gli aveva messo il guinzaglio e il gatto era schizzato sulla strada, proprio sotto le ruote di una macchina di passaggio. Quando aveva raccolto il corpicino, era ancora vivo, respirava fra una schiuma insanguinata e lo fissava con gli occhi pieni di orrore. Kevin usava dire: “Il giorno del giudizio, quando sarò chiamato davanti al gran giudice, io gli dirò: ‘Aspetta un momento’, e tirerò fuori il mio gatto morto da sotto la giacca. ‘Come me lo spieghi questo?’ gli chiederò”. (…) Fat disse: - Nessuna risposta ti soddisferebbe. – Nessuna risposta che potresti darmi tu – lo schernì Kevin. – Okay, Dio ha salvato la vita di tuo figlio: perché non ha fatto in modo che il mio gatto corresse sulla strada cinque secondi dopo? Troppo disturbo? Già, immagino che un gatto non abbia molta importanza. (…) Conclude Kevin: L’universo è fottuto. Dio è impotente, o è stupido, o non gliene frega niente. O tutte e tre le cose. È cattivo, scemo e debole.
Questo naturalmente, non è il punto di vista di Dick. È il punto di vista di Kevin, scettico e tendenzialmente cinico. Ma il problema di fondo della teodicea è posto abbastanza correttamente: se Dio è un essere infinitamente buono, come può permettere il male nel mondo? Come si sa Philip Dick, filosofo autodidatta (oltre che personaggio esuberante e contraddittorio), scelse la risposta gnostica, che complica un po’ le cose ma ha il pregio, per chi crede in Dio, di “salvare le apparenze” (avrebbe detto Galileo) meglio di altre: il creatore del mondo materiale non è Dio stesso, ma un personaggio a sua volta creato da Dio (spesso indicato col nome di Demiurgo), un’intelligenza che non è capace di contemplare direttamente Dio, e quindi di creare cose perfette come lui, ma solo di creare una cosa pasticciata e imperfetta come la materia. Anzi, il Demiurgo sarebbe l’ultimo di una scala di esseri divini, ognuno creato da quello immediatamente superiore e ognuno, quindi, leggermente degradato rispetto al suo creatore. Ora quello che è interessante, nella teodicea di Valis citata prima, è che l’interrogativo formulato all’inizio del brano non è: “Dio è giusto o ingiusto?” ma “Dio è o non è onnipotente?” (“può creare un fossato così largo etc. etc.?”); per quanto Dick definisca quest’ultima una “domanda oziosa”, nella sua dichiarazione conclusiva Kevin continua a mescolare le considerazioni etiche con quelle ontologiche. Il punto di partenza di Dick, insomma, più che il dibattito sulla giustificazione del male nel mondo, sembra riprendere il dibattito della tarda scolastica sugli eventuali limiti dell’azione divina in relazione agli universali da lui stesso creati: potrebbe Dio creare un mondo, per esempio, in cui le leggi della logica non valgono, o questa azione gli sarebbe impedita dal fatto che, per loro stessa natura, queste leggi valgono in tutti i mondi possibili? Quindi volendo ragionare sull’idea e la presenza di Dio nell’opera di Dick, è probabilmente con l’ontologia, prima che con l’etica, che dobbiamo fare i conti. Tanto più che la narrativa di Philip Dick è fortemente permeata da un problema ontologico, e non solo quella scritta dopo l’esperienza del 2-3-74, ma anche quella scritta prima, sin dall’inizio della sua carriera. In un certo senso questo è banale. Come ha sostenuto Brian McHale, tutta la fantascienza è una narrativa a dominante ontologica, simile in questo alla narrativa postmoderna, e a differenza della tradizione del romanzo modernista (e, tra i generi, del giallo), che sono invece a dominante epistemologica. Queste ultime sono orientate a problemi relativi alla nascita e alla trasmissione delle conoscenze sul mondo, dando per scontata (relativamente) l’esistenza e l’unicità del mondo. La narrativa postmoderna e fantascientifica si pone invece interrogativi sull’essenza del mondo, e postula l’esistenza (o la possibilità) di più mondi, di più universi, indagandone le condizioni di esistenza e le modalità di passaggio dall’uno all’altro di questi mondi. Ma la tematica ontologica della narrativa di Dick ha un’accentuazione molto particolare. Il tema della realtà (la risposta alla domanda: “che cosa è reale e che cosa non lo è?”) si intreccia infatti in Dick sin dall’inizio con il tema dell’autenticità, sia per quanto riguarda l’uomo che il mondo. I personaggi di Dick si chiedono costantemente: “il mondo in cui io vivo e opero è quello vero? O non è il mascheramento di un’altra realtà nascosta, segreta?”. In Tempo fuori luogo Ragle Gumm si rende conto che la cittadina in cui vive non è una vera città, ma una specie di set cinematografico costruito a suo uso e consumo; in Le tre stimmate di palmer Eldritch Barney Mayerson sperimenta i mondi illusori creati dalla potenza di Palmer: in Ubik Joe Chip riceve oscuri messaggi dal suo capo Glenn Runciter (e forse dalla misteriosa entità che dà il titolo al libro) che suggeriscono che il mondo in cui egli vive non sia reale. E gli esempi si potrebbero moltiplicare. Nell’universo narrativo di Dick (che egli si convinse sempre più, dopo la svolta del 1974, rappresentasse l’universo reale), i vari mondi paralleli non sono “contigui” l’uno all’altro, come nel modello di Borges esposto nel Giardino dei sentieri che si biforcano o nel film Ritorno al futuro di Zemeckis, e neppure come succede, in fondo, nei vari ciberspazi degli autori cyberpunk. Essi si dispongono piuttosto in direzione “perpendicolare” all’universo di riferimento, e nell’esperienza di questi mondi l’uomo sperimenta anche un altro scorrere del tempo. Quindi, a rigore, quelli dickiani non potrebbero essere definiti “universi paralleli”, ma più propriamente “universi ortogonali”: infatti, come afferma Dick nel saggio “Uomo, androide e macchina” (pubblicato nel 1976 ma scritto nel ’75), “dalla nostra esperienza del tempo – che si pone ortogonalmente rispetto alla reale direzione del suo flusso – ricaviamo un’idea completamente errata della sequenza degli eventi, della causalità, di che cosa è passato e di che cosa è futuro, di dov’è diretto l’universo”. Quello che va sottolineato è che, nonostante spesso dai suoi libri si ricavi l’impressione che la realtà è indecidibile, Dick ha sempre tenuto fede all’idea che la realtà sia conoscibile, e che le cose stiano in un modo, e uno solo (è questo che ci rende riluttanti, nonostante le molte somiglianze, ad assimilarlo tout court alla letteratura postmoderna): l’importante, per lui, era riuscire a squarciare il “velo di maya”, a leggere tra la trama sottostante all’apparenza degli eventi. Lasciamo stare i pasticci su Parmenide, Kant e gli gnostici di cui a volte Philip Dick infarciva i suoi scritti teorici. La sua filosofia era sempre ancorata a una domanda molto forte e concreta di “giustificazione”, in tutti i sensi che la parola ha in italiano. L’idea che la realtà sia costantemente alterata da un complotto gestito da potenze invisibili lo avvicina, naturalmente, a Pynchon, a Burroughs, a Ballard, a De Lillo. Lo allontana da loro l’impossibilità ad acquietarsi nelle congetture, realizzate attraverso la scrittura, di questo complotto. Ecco perché gli eventi del 2-3-74 furono così centrali, per lui, ecco perché illuminarono non solo tutto ciò che aveva scritto, ma anche tutto ciò che aveva vissuto prima di quella data, ecco perché si arrovellò, negli ultimi otto anni della sua vita, a tentarne un’interpretazione. Eric S. Rabkin, in un saggio a volte acuto ma ingeneroso su Dick di parecchi anni fa, diede voce più chiaramente di altri marxisti della cattedra americani alla delusione per aver scoperto che i romanzi di Dick, che negli anni sessanta e settanta  potevano apparire come critiche politiche anticapitalistiche alla società americana, erano invece confuse riflessioni esoteriche-metafisiche sul senso della storia: e scrisse, senza mezzi termini, che negli ultimi anni della sua vita Dick era diventato pazzo, e aveva ceduto a tentazioni irrazionalistiche. Giustamente Lawrence Sutin, il più attento biografo di Dick, dopo aver studiato attentamente le più di seimila pagine dell’Esegesi, il diario segreto di Dick tenuto dal 1974 sino alla morte, invita alla cautela. Egli documenta come Dick abbia passato più e più volte in rassegna ogni possibile interpretazione degli eventi straordinari che visse nel febbraio e marzo del ’74 (e più raramente in epoche seguenti fino al 78), comprese quelle più triviali e materialistiche. Però, nonostante le esitazioni, è probabile che Dick sia morto con la convinzione che in quei giorni Dio gli abbia parlato. Le ragioni per cui arrivò (se ci arrivò) a questa definitiva convinzione, sono però tutt’altro che irrazionali. Sutin dà molto rilievo a una pagina dell’Esegesi del 17 novembre 1980: è l’ultimo colloquio di Dick con Dio, in cui quest’ultimo lo convince che dietro gli eventi del 74 c’è lui. Sono pagine molto belle (“una visione dickiana un po’ favola e un po’ elegia meditabonda”, scrive Sutin), e gettano una luce indiretta sui processi della creatività di Dick. Dio gli dice infatti:
-          Io sono l’infinito. Ti farò vedere. Dove io sono, c’è l’infinito; dove è l’infinito, io sono. Costruisci sistemi di pensiero grazie ai quali capirai la tua esperienza del 1974. Scenderò in campo contro la loro natura cangiante. Pensi che siano logici, ma non lo sono: sono creativi, all’infinito.
E Dick ingaggia un duello con Dio, ed escogita ogni possibile spiegazione di quegli eventi, e ogni volta sperimenta un regresso all’infinito. E ogni volta Dio dice: “Ecco l’infinito. Ecco, io sono. Riprova”. Per Dick, Dio è il vuoto infinito. È l’essenza stessa del dubbio e della ricerca. “’Infinito’, disse Dio. ‘Riprova. Sto aspettando.’” Dick aveva bisogno di comprendere quegli eventi, che erano la chiave di volta della sua vita, ma non poteva comprenderli se non riepilogando tutta la sua attività di scrittore, di inventore di trame, di personaggi, di situazioni, di ipotesi sul mondo e sulla storia. A questa attività potenzialmente infinita egli diede il nome di Dio. Noi non abbiamo alcuna possibilità di entrare dentro la mente di Dick (come dentro quella di alcun altro essere umano). Sappiamo che era un esibizionista, un buffone egocentrico, un infelice. Ma possiamo saperlo solo dalle testimonianze di chi lo conobbe, e da un incrocio fra le sue opere e la sua vita. Non possiamo e non dobbiamo essere né gli psicoanalisti né i giudici di Dick. Possiamo essere solo i suoi lettori, e possiamo sperimentare gli effetti delle sue opere su di noi. Se i processi che lui descrive parlano di noi, e ci illuminano su noi stessi, egli resta un grande scrittore, anche se noi diamo nomi diversi da quelli che dava lui agli oggetti dell’esperienza e del pensiero.

(Il Manifesto – Alias, 16 febbraio 2002, col titolo “Una realtà imperfetta con un dio di serie B”, ripubblicato in Universi Quasi Paralleli, CUT-UP Edizioni, Roma 2009)

lunedì 24 aprile 2017

Esegesi 16 - Un primo bilancio



"L'opera è qualcosa di più dell'opera:
il soggetto che scrive fa a sua volta
parte dell'opera."
Michel Foucault

Ho provato, nelle quindici puntate precedenti, a sondare alcuni possibili percorsi da intraprendere per cominciare a orientarsi nell’intricata materia mentale dell’Esegesi dickiana. ‘Autolavaggio spirituale’, ‘montagna di spazzatura’, comunque la si voglia definire questo enorme lavorio intellettuale che Dick ha partorito nelle notti che dalla sua esperienza del 2.3.74 proseguiranno fino alla sua morte nel marzo del 1982, difficilmente possono essere liquidate come farneticazioni di una mente psicotica o in preda alle allucinazioni derivate da farmaci e droghe. Comparando questo enorme flusso di coscienza narrativa con le sue opere risulta impossibile non vederne i forti intrecci che li legano assieme. Quella narrativa che Antonio Caronia non ha esitato a definire, senza mezzi termini, filosofica è un dispositivo capace di interrogarci sull’oggi più di quanto facciano tanti discorsi più propriamente filosofici. Come ha scritto Michel Foucault: “L’uomo di lettere, colui che scrive, nella nostra società, è come il folle del re; perché, dopo tutto, che cos’è la letteratura? Un uomo di lettere, un romanziere, inventa una storia, non racconta la storia, non dice le cose, dice qualcosa che non esiste, parla nel vuoto. Tuttavia la parola letteraria è fatta per svelare qualcosa che la pesante gravità dei nostri discorsi filosofici non può dire, e questo qualcosa è una specie di verità al di sotto della verità. Sapete bene, dopo tutto, che il destino degli uomini è stato descritto meglio da un romanziere o da un uomo di teatro che non da filosofi e scienziati”. Una verità sotto la verità, quella che ci governa, che agisce nelle nostre vite, nei nostri corpi. Scrivere per la verità, come ha dichiarato di fare lo stesso Dick, comporta vivere una vita senza protezioni, utopiche o trascendentali che siano; significa oggi, in un mondo, un po’ troppo frettolosamente definito come disincantato, attrezzarsi per costruirci una sorta di ‘materialismo dalle spalle larghe’, un materialismo paradossalmente spirituale. E Dick è uno di quegli artigiani, che sembrano provenire dal futuro per rifornirci degli strumenti necessari a far si che al nostro presente non succeda di regredire nel passato come tragicamente succede nel mondo di Ubik. La funzione dell’autore, o meglio, la funzione-autore (è lo stesso Dick che dubita si possa parlare dell’esistenza dell’autore in quanto tale)  sembra essere proprio questa: rendere conto delle proprie esperienze, per Dick quella cosiddetta ‘mistica’ del 2.3.74, (ma per altri possono valere diverse esperienze limite o vissute come tali) sapendo che sarà un tentativo fallimentare ma che comunque deve essere fatto. Perché questo è l’unico modo per ottenere un mutamento spirituale per essere capaci di crescere cambiando. Che Philip K. Dick nell’ultima fase della sua vita si sia fatto prendere da manie religiose è un favola; il religioso, la fuga dalla realtà, la trascendenza consolatoria alligna in tanti contesti, anche in quelli reputati più laici, di quanto non sembri. Ma proprio in questa mole di interrogativi, di messa in discussione dei propri credi, delle proprie e altrui teorie, esaltazioni di risposte trovate e delusioni conseguenti, si tocca con mano la capacità e il coraggio di avere un rapporto con la realtà, nella coscienza che per quanto illusoria questa possa essere, i suoi effetti su di noi sono indiscutibilmente reali. Scetticismo e pragmatismo sono indubbiamente inscindibili in Dick. Non c’è nessun ‘pacco’ di  cose inutili in Dick; che ci piaccia o no continuiamo (pur se spesso a nostra insaputa) a interrogarci sul senso, sul significato e il destino della nostra vita. È un’interrogazione destinata al fallimento, ma senza questo fallimento continuo, la vita cessa di esistere.

Si interrompe qui questa prima parte di questo lavoro, si riprenderà a SETTEMBRE con un "Indice analitico ragionata dell’Esegesi". Un elenco di voci che cercheranno di mettere in evidenza alcuni tra i temi più importanti che attraversano l’Esegesi: amore, arborizzazione, campo, causalità, computer, conoscenza, Dio, entropia, esperienza, evento, evoluzione, fantascienza, figura/sfondo, film, filosofia, futuro, identità, informazione, labirinto, libertà, logos, marxismo, memoria, mimetismo, misteri, ologramma, paradosso, psicosi, realtà, sofferenza, sordo, tempo, verità e forse qualcun altro ancora.



lunedì 17 aprile 2017

ESEGESI 15 - La morte stessa morirà



“La morte stessa uccisa; la morte stessa morirà. Il miracolo promesso è alla fine giunto, nel tempo lineare.”(941) ‘Morte dov’è il tuo pungiglione? Tomba dov’è la tua vittoria?’ il leitmotiv paolino della ‘Lettera ai Corinzi’ che riverbera in numerosi romanzi dickiani cerca costantemente la sua risoluzione nelle infinite pagine dell’Esegesi: “Siamo addormentati, ma stiamo per svegliarci. ‘Non dormiremo tutti, ma saremo cambiati in un momento, in un batter d’occhio… e poi giungeremo a superare le parole che sono scritte: ‘Morte dov’è il tuo (…)’”(941) La promessa della morte, della stessa morte che cerca il suo avveramento: essere incinta di nuova vita, “la vecchiaia è gravida, la morte è incinta, tutto ciò che è limitato e caratteristico, fisso e pronto, precipita nel ‘basso’ corporeo per essere ripreso e rinascere.”1  Il ‘basso’ dickiano è il kipple, la spazzatura, l’immondizia, dove spesso Dick afferma vi trovi rifugio, alberghi il sacro. Non c’è risposta fuori dal verminaio della vita, dove morte e nuova vita si rincorrono in un ciclo ininterrotto. Il sacro non può prescindere dal terreno sporco e contaminato dell’umano. “Nel momento stesso in cui cedo alla tentazione di rispondere alla domanda: tu come te lo immagini l’al di là?, lo immagino sotto la suggestione che fa parte della cultura di un mondo di viventi. E non esco da questa prigione. Da questa prigione non è dato uscire se non contro la nostra volontà, con la morte.”2 E Dick è un o di quelli che non cede a questa tentazione. Non c’è né nei suoi romanzi né nei suoi scritti più privati, come l’Esegesi appunto, alcuna visione oltremondana. La morte non è una porta verso l’al di là, è sempre un morire interno alla vita. L’unico possibile superamento dell’eterno rincorrersi della vita con la morte è nella promessa offerta dal tempo lineare (il tempo dell’Occidente) di una fine dei tempi da realizzarsi con la resurrezione cristiana, piuttosto che con la realizzazione dell’utopia marxiana (la fine della storia ecc.). Ma, appunto, sono promesse e per di più consumate, ormai usurate tanto quanto l’idea di un tempo lineare, progressivo, il cui vero rischio è inevitabilmente quello della morte della morte e conseguentemente della stessa vita. Insomma, la morte pare non essere qualcosa di poi così imperituro; va protetta e vanno difesi i suoi prodotti: i morti. Di questi morti noi siamo i custodi e di questi morti noi siamo fatti. “Noi consistiamo di milioni di strati di accrescimento formati (aggiunti) nel corso di migliaia di anni: siamo come cirripedi. Viaggiamo lungo quest’asse spaziale di strati di depositi uno sopra l’altro e non facciamo che crescere e crescere (‘l’uomo contiene – non il bambino – ma l’uomo antecedente’ afferma Joe Chip3 e a ragione!)375

Nota 1: Michael Bachtin, L’opera di Rabelais, Einaudi, 19   p. 61
Nota 2: dall’intervista di Fausta Leoni a Ernesto De Martino in Religioni Oggi 1968

Nota 3: protagonista del romanzo Ubik (1966).

Tra 7 giorni: L'Esegesi 16 - Un primo bilancio

lunedì 10 aprile 2017

ESEGESI 14 - Tracce di memoria dal futuro


“Ci stiamo facendo il culo al servizio di qualche struttura  assoluta, scopo, meta o bisogno; forse quello che ho visto è una creazione continua e noi siamo operai involontari collocati qua e là, come un milione di api attorno alla struttura, che martelliamo e seghiamo mettendocela tutta, e il progetto non ci è visibile (lo è solo all’architetto). Le nostre istruzioni sono in un qualche modo dentro le nostre teste… ho la netta intuizione, probabilmente giusta, che la nostra serie originale di engrammi, i molti programmi messi in cantiere e poi inibiti alla nascita, vengano continuamente aggiornati  e raffinati durante il sonno; mentre ognuno di noi dorme viene istruito attraverso lo stato del sogno: nel complesso le persone sembrano non soffermarsi mai sul fatto che molto spesso sembra che i sogni abbiano a che fare con il futuro. La ragione è ovvia: è nel futuro che i compiti di cui ci informano i sogni avranno luogo.”(128) Gli engrammi sono tracce di memoria, “modificazioni che avvengono nel cervello, sia fugaci sia durature, che risultano dalla codificazione neuronale di un vissuto”.  Praticamente si possono definire come contrassegni di un determinato evento e contribuirebbero “a rappresentare quel che noi soggettivamente viviamo come ricordo di qualcosa”.1 Ovviamente coabitano dentro il nostro cervello milioni di questi engrammi e il problema, che la scienza non ha ancora risolto, è di come alcuni di essi possano passare da uno stato di inattività latente a uno stato di attività che ci fa ricordare un dato evento. Questa attività cerebrale che per la scienza collega il passato con il presente per Dick collegherebbe il futuro con il presente. Queste istruzioni vengono reiterate nei sogni allo scopo di ripetere l’addestramento originale, quello che ci porterà a reagire in un dato modo quando un segnale apposito nell’ambiente ce lo segnalerà. Se per un errore si dovesse mancare un segnale spunterebbe  “fuori un intero universo alternativo”.(129)  Quindi l’engramma sarebbe un programma che dal futuro verrebbe a implementarsi nel passato di una persona per poter farla reagire in un dato modo in un determinato tempo. Un percorso prestabilito tracciato dai segnali necessari. La cosa importante però è che sono segnali disinibitori, cioè non innescano riflessi condizionati ma servono a portare alla memoria un addestramento (programma) originario, quel che si deve fare in quell’occasione. Tutto sommato un sistema alquanto macchinoso “un modo tutt’altro che economico e ordinato per Dio di gestire le cose.” In definitiva una programmazione troppo incline alla possibilità di un errore (di una libera scelta dell’individuo?).


Nota 1: Nicolas Pethes, Jens Ruchatz, Dizionario della memoria e del ricordo, Bruno Mondadori, Milano 2002, p. 164.

Tra 7 giorni: ESEGESI 15 - La morte stessa morirà

lunedì 3 aprile 2017

ESEGESI 13 - Oh Ho, Oh On


“Ci chiama alla ribellione
per la libertà,
il piccolo vaso d’argilla
che ha forgiato l’universo.”(859)

“Adoreremo il potere per sé, confondendo il potente con il sacro? Tutto quello che è colossale è un inganno. Nella spazzatura rifiutata scintilla la piccola, assennata, limpida voce. Possiamo ignorarla e adorare il potere. Ma l’ironia è che l’adorazione del potere ci deruba del nostro stesso potere: è tutto debitamente preteso da YHWH.1 Adorare il potere esterno significa perderlo da sé, la disparità diviene assoluta. Ho On aveva ragione: il vaso più umile è quello davvero più sacro.”(467) Il piccolo vaso d’argilla, oggetto umile e sacro, che si trova disseminato in numerosi romanzi di Dick2 evolve nella stesura dell’Esegesi da simbolo di una riconciliazione possibile tra ciò che è stato creato e colui che l’ha creato (ricordiamoci come “nella Cabalà, si parla di Shviràth hskrlin, di quei vasi rotti nel momento della creazione”)3 in una figura, all’opposto, di ‘ribellione per la libertà’. Il vasaio non ripara più, l’artigiano evolve nell’artista creatore e l’artista in colui che pensa e agisce la propria ribellione. Ovviamente questo è solo un’azzardata ipotesi interpretativa che vale quanto un’altra, o forse meno; rimane comunque che Oh On o Oh Ho è “il nome di una vaso d’argilla fatto da Dick per un amico” e che “in una precedente visione ipnagogica, Dick sentì il vaso, che si identificò come ‘Oh Ho’, che gli parlava in un tono arrogante e irritato di argomenti spirituali. In seguito Dick teorizzò che il nome ‘Oh Ho’ poteva riferirsi alla frase greca Oh On, che significa ‘Colui che è’. La frase ‘ho on’ appare in Esodo, 3:14, quando Dio si identifica come ‘io sono chi sono’ (nel greco della versione dei Settanta: egò eimi ho on).” (1278 glossario) Avere a che fare direttamente con ‘colui che è’ tramite un artefatto è già un atto di un rapporto diverso col trascendente, un atto materiale che comporta un fare e un disfare. “Sostituite ogni ‘è’ con ‘fa’ e l’ontologia svanisce.”(664) Forse non c’è atto di ribellione più grande!

Nota 1: “YHWH nella Bibbia ebraica il vero nome di Dio” dal Glossario p. 1293

Nota 3: Elie Wiesel, Credere non credere, La Giuntina, Firenze, 1986

Fra 7 giorni Esegesi 14 - Engrammi, tracce di memoria dal futuro

lunedì 27 marzo 2017

ESEGESI 12 - Nel cuore della notte


Angel Archer è il primo personaggio che assurge al ruolo di protagonista nell’ultimo dei romanzi di Dick, l’opera ‘testamento’ La trasmigrazione di Timothy Archer. Angel, per Gabriele Frasca, è la “coscienza infelice” che non solo saprà divincolarsi dalla “struttura delirante” creata dall’ossessiva ricerca della “verità vera” da parte dell’ultimo Dick, ma che saprà anche offrire “al proprio autore, attraverso un esplicito flusso di pensieri, l’occasione, prima che la morte lo metta a tacere per sempre (…), di una straordinaria consapevole confessione.”1 Quello che in sostanza Frasca ci dice della confessione di Dick tramite Angel è che tutta questa ossessiva ricerca del vero altro non è che un “pacco” (a packaged fraud)2 e che questa “fame” di assoluto è ciò che rende la vita non vissuta e quindi inutile. L’ultimo romanzo, come lascito dickiano, si presenta perciò nella forma di monito a non seguire le sue orme; un romanzo dipinto “col pennello del Flaubert più acido, quello di Bouvard et Pécuchet per intenderci” che raccontando dei rotoli del Mar Morto e “della misteriosa setta dei zadochiti, finisce col diventare l’ennesima ‘idea prevalente’ che consegna, col dovuto anticipo, gli ‘stupidi’ alla morte.”3 Quel che sembra possa desumersi da questa articolata e stimolante critica di Frasca è che l’ultimo Dick, quello di Valis (ma anche di conseguenza tutta quella vena di ricerca sulla ‘verità’ che attraversa l’intera sua opera) altro non è che la dimostrazione dello spreco di un’esistenza vissuta nella ricerca del motivo del nostro esistere e patire. Un fallimento che si salva in extremis con questo testamento confessione che consente di ribaltare la sentenza su tutto questo lavorio intellettuale rivedendolo come una sorta di antidoto (Ubik), capace di smontare il grande sciocchezzaio delle futili parole e permettendo così di “avere il coraggio di assumere ciò che va assunto, e poi, con altrettanto coraggio, in un’epoca in cui la massiccia dose di informazioni ci arreda costantemente la vita coartandoci al passato ‘narcisistico’, (…) espellere tutto il resto.”4 Ma ora che abbiamo a disposizione l’Esegesi, anche se solo in forma parziale, possiamo renderci conto che la febbricitante ricerca dickiana non termina col testamento di Archer; il sciocchezzaio dei Bouvard et Pécuchet continua, come continua la vita e, forse, quest’ultima continua proprio perché caparbiamente non si vuole accettare di “espellere tutto il resto”. In altri termini: se fosse possibile espellere dalla vita ciò che non serve cosa rimarrebbe?                                                              
“Nel cuore della notte ho avuto un’intuizione straordinaria.”(1240)

Nota 1: Gabriele Frasca, Come rimanere rimasti, in Trasmigrazioni. I mondi di Philip K. Dick, a cura di V. M. De Angelis e U. Rossi, Le Monnier, Firenze 2006 p. 251 (lo stesso testo ampliato in: G. Frasca, L’oscuro scrutare, Meltemi, Roma 2007)
Nota 2: ivi, p. 249
Nota 3: ivi, p.251
Nota 4: ivi, p. 258

Tra sette giorni: Esegesi 13 - Oh Ho, Oh On

lunedì 20 marzo 2017

ESEGESI 11 - Sul bordo

disegno di Marisa Bello

“Sì, sono sul bordo della realtà;
livello dopo livello, ognuno più
ontologicamente reale del precedente,
e poi… il nulla. Il vuoto.
Solo un debole vento che smuove la realtà,
che la strattona.
E magari un luccichio di colore,
per un attimo.(866)

“Nelle storie di Dick, fra tutta l’angoscia per gli universi che si disintegrano e la realtà instabile, c’è sempre la sensazione di una realtà ultima nascosta sotto la contraffazione.”(130 nota)  Gabriel Mckee, l’autore di questa nota porta come esempio della fede in un assoluto da parte di Dick le figure di Ubik, di Colui che Cammina sulla Terra1 e di Wibur Mercer2. “Contrariamente alle apparenze qualcosa è davvero reale” e questo collocherebbe, in definitiva, Dick “nella tradizione dei mistici apofatici3 come Meister Eckart o l’anonimo autore di La nube della non conoscenza4.” Ora, se non c’è dubbio che Dick parli spesso di una realtà altra, che sta dietro, nascosta, è altrettanto vero che questa realtà ultima viene sottoposta dallo stesso Dick a un tale spingi e tira che alla fine il tirare, al contrario della realtà che viene tirata, risulta essere l’unica vera realtà. “Heidegger dice: ‘perché c’è qualcosa invece del nulla?’ Al che chiedo: ‘perché Heidegger pensa che ci sia qualcosa invece di nulla?’ Il tirare è reale e il campo della realtà che viene tirato non lo è. Così che ciò che è genuinamente reale viene indicato dal suo effetto sul ‘campo della realtà’ (che non è reale), ma che cos’è che tira io non ne ho idea.”(890) Allora su quale bordo di realtà si situa Dick e che tipo di fessura è quella che si è prodotta dall’esperienza del 2.3.74? Una fessura da cui guardare la realtà, quella vera, ultima come suggerisce Mckee, o quella che affaccia al baratro della follia di una realtà non più condivisa,  o ancora qualcosa di altro? Qualcosa d’altro che sia più simile allo sguardo del genealogista foucaultiano che a quello del mistico; uno sguardo che si apra alla consapevolezza che “il mondo  non è una rappresentazione che consenta di mascherare una realtà più vera e nascosta dietro le quinte. Il mondo è così come esso appare.”5 Dick confessa che ha “dovuto sviluppare un amore per il disordine e la confusione, vedendo la realtà come un grande enigma da fronteggiare gioiosamente, non con la paura ma con infaticabile fascinazione. Quello che serviva di più era la messa a prova della realtà, e la disponibilità ad affrontare l’esperienza che si autonega: ovvero le autentiche contraddizioni, con qualcosa che è allo stesso tempo vero e non vero.”(738) Cioè qualcosa che si può indagare ma che non può avere nessuna pretesa di autenticità, men che meno rimandabile a una qualsivoglia autenticità dietro le quinte. La realtà del chiosco di bibite in ‘Tempo fuori di sesto’ si dissolve lasciando al suo posto un foglietto con su scritto chiosco di bibite, non aprendo un varco verso una qualche alterità. Banalmente rimane un nome, una nominazione. Un’illusione non nasconde altro che se stessa, ma il rapporto di questa con noi stessi è tutt’altro che illusorio: “tutto quello che bisogna fare è credere totalmente che lo schema ‘X’ esiste e se ‘X’ è potenzialmente reale passerà per autentico. Questo richiede una relazione spingi-tira fra la persona e la realtà. Non può, diciamo far nascere una fenice azzurra ex nihilo; la persona deve entrare in un progressivo, intricato dialogo con la realtà in cui c’è risposta fra entrambe le parti. (questo presume capacità di sentire, volontà e intenzionalità nella realtà). È richiesta  la messa alla prova della realtà, non la sua assenza. Sta soppesando le sue parti flessibili più morbide, dove cederà, quanto e in qual modo.”(739-740) Possiamo anche considerarla illusione ma è un’illusione i cui effetti non possono essere che reali.

Nota 1: Labirinto di morte (1968)
Nota 2: Ma gli androidi sognano le pecore elettriche? (1966)
Nota 3: pervenire alla conoscenza di Dio tramite  negazioni: Dio non è…   http://www.treccani.it/enciclopedia/apofatico/ 
Nota 4: The Cloude of Unknowyng) è una guida spirituale pratica scritta nel XIV secolo da un anonimo inglese. Il testo è scaricabile qui: http://gianluca05.altervista.org/alterpages/files/nubenonconoscenza.pdf 

Nota 5: H. L. Dreyfus – P. Rabinow, La ricerca di Michel Foucault, La casa Husher, Firenze, 2010, p.166

Tra 7 giorni: Esegesi 12 - Nel cuore della notte

lunedì 13 marzo 2017

ESEGESI 10 - Apologia Pro Vita Mia


Il 2 dicembre 1980, quando Philip K. Dick scrisse la parola FINE alla sua Esegesi ( fine solo provvisoria perché subito dopo, come se nulla fosse, continuò ad accumulare nuovamente pagine su pagine) scrisse su un foglio apposito il titolo che doveva avere tutta quella sua enorme fatica: “La Dialettica. Dio contro Satana & la Vittoria Finale di Dio prevista e narrata. Philip K. Dick. Un’Esegesi. Apologia Pro Vita Mia.”1 Richard Doyle nella postfazione all’Esegesi colloca questa insieme a Ibn Arabi e ai Misteri “a pieno diritto in quella che Aldous Huxley chiamò ‘la filosofia perenne’: le tradizioni contemplative al cuore di tutte le religioni del mondo.” Quella tale filosofia “che spiegherebbe e raccoglierebbe subito i frammenti di verità sparpagliati in tutti i sistemi apparentemente più incongrui”(1244)  e avrebbe di conseguenza il compito di “dissolvere il sé ordinario allo scopo di potere avere un barlume della realtà.”(1245) Ma come per le grandi tradizioni misteriche “ci si allena alle illuminazioni di queste tradizioni con l’intensità e la caparbietà di un pugile non più giovane che si prepara al combattimento” e per Dick l’obiettivo è “cercare di mettere in atto ciò che Lethem e Jackson2 chiamano ‘la mente che scruta sé stessa’. (…) Attraverso la pratica dello scrivere migliaia di pagine, P.K.D. è riuscito a dissolversi periodicamente nel linguaggio… quello che lui chiama il Logos. Il termine greco per ‘discorso’ e ‘ragione’. Il processo rivela una qualità ‘estatica’, simile all’unione col divino dei dervisci sufi che danzano fino a non ricordare più la differenza fra sé stessi e la danza.”(1245) Doyle finisce assimilando la pratica di scrittura di Dick alla pratica sciamanica; invece di “bacchette, sonagli e altri strumenti (…) gli effetti stessi delle parole”. Recitare o cantare l’Esegesi il cui “tema è: la conoscenza totale è possibile solo attraverso la paradossale accettazione del mistero totale, una cancellazione di tutto ciò che crediamo di conoscere.”(1246) E infine “in verità P.K.D. scrive in estasi… è ‘fuori di sé’ quando nell’Esegesi esterna le su esperienze nella scrittura e le contempla scrivendo, una mente che scruta sé stessa.”(1247) Siamo molto lontani da un kit di strumenti preconfezionati pronti per l’uso di una possibile nuova religione nascente? Il filosofo Antonio Lucci osserva al proposito che: “in un mondo profondamente segnato dalle ricorrenze calendaristiche cristiane, pur nella sua frazione secolarizzata, il mese di Febbraio del 1974 rappresenta il possibile anno zero di una particolarissima religione cosmica alternativa, con un testo sacro, la Exegesis, un profeta, Philip K. Dick, una serie di testi divulgativi – di vangeli -, i romanzi che compongono la trilogia di VALIS (sigla per Vaste Active Living Intelligence System, il nome che Dick diede all’entità che secondo lui si era messa in contatto von la sua mente)… e un solo fedele, lo stesso Dick.”3 Finendo però col constatarne l’impossibilità, come nuova religione nascente, in quanto si esprimerebbe in “un linguaggio non più comprensibile, una lingua antica” inaccessibile al lettore contemporaneo. Insomma: efficace o non efficace Kit del religioso? In realtà il linguaggio dickiano ci può apparire ancora ‘antico’ semplicemente perché rimescola saperi antichi, ma forse non ci si è resi ben conto che l’amalgama è affatto nuovo. Dick bypassando il fatto che “l’umanità è stanca di conoscere; vuol credere”4 (leit-motive che dimostra paradossalmente sempre più forza col progredire tecnico-scientifico) incide direttamente i nostri bisogni di certezze affrontandoli nella disperata, ma anche gioiosa, a ben vedere, ricerca del precario equilibrio tra una conferma del nostro esistere e la consapevolezza della sua illusione. Non c’è possibilità in questo di costruzione di una neo religione ma c’è tutto il religioso di cui, ad esempio, uno come Wittgenstein considerava implicite le proprie ‘Ricerche filosofiche’.5

Nota 1: Lawrence Sutin, Divine invasioni, Fanucci Roma 2001 p. 304
Nota 2: i curatori dell’Esegesi
Nota 3: Antonio Lucci, L’Esegesi: il vangelo secondo Philip K. Dick. http://www.doppiozero.com/materiali/recensioni/lesegesi-il-vangelo-secondo-philip-k-dick 
Nota 4: Vittorio Macchioro, Zagreus, Mimesis, Milano 2015, p. 519.

Nota 5: “alla pur giusta affermazione che Wittgenstein non fu un uomo religioso, potrebbe fare da contrappeso il fatto che le sue riflessioni su se stesso e sull’umanità, e addirittura sullo scopo del suo intenso lavoro filosofico, erano compenetrate di pensieri e sentimenti di carattere religioso.” Norman Malcolm, Ludwig Wittgenstein, Bompiani, Milano, 1988, p. 117. 

Tra 7 giorni Esegesi 11 - Sul bordo

lunedì 6 marzo 2017

ESEGESI 9 - Stasi


Scrive Lawrence Sutin nella biografia su Dick ‘Divine invasioni’: “dei suoi anni alle superiori è sopravvissuto un racconto di fantascienza (…) ‘Stability’1 (Stabilità). Tratteggia una distopia post-venticinquesimo secolo retta dal principio soffocante della ‘stabilizzazione’, che non permette cambiamenti politici o tecnologici. Analoghe distopie statiche sarebbero comparse in due suoi romanzi di fantascienza degli anni Cinquanta: The World Jones Made2 (E Jones creò il mondo) e The Man Who Japed (Redenzione immorale).”3 Poi sembra che Dick abbandoni per sempre questo tipo di distopie troppo consuete e consumate nella SF tradizionale, ma in realtà della stasi e del suo necessario superamento sono intessute le trame di molti altri suoi romanzi. Il governo dello status quo viene rappresentato in modi più variegati e sofisticati ma l’idea di un sistema in equilibrio che non permette trasformazioni sostanziali è sempre presente. Cos’altro sono i due sistemi di spionaggio e controspionaggio che governano in modo perfettamente simmetrico il gelido mondo di Ubik? Ma quello che demarca una linea di confine tra i primissimi romanzi citati da Sutin e i via via più maturi che seguono possiamo cercare di capirlo proprio da alcune annotazioni che si trovano nell’Esegesi: “Che ci piaccia o no, il marchio di garanzia del reale è l’inflizione e dunque l’esperienza del dolore… fisico e mentale: poiché per far sì che si verifichi l’attività (il cambiamento) nell’organismo totale, la sua ‘respirazione’… dev’esserci un incessante (e intendo davvero incessante) smantellamento di ogni forma (o stasi) per far posto alla stasi successiva.”(432)  Cioè ne va proprio della realtà. Non è solo una questione di distopia, della dittatura di una utopia realizzata che si trasforma nel suo contrario, un potere che, per dirla con Foucault, si trasforma in dominio.4 Per Dick, scrittore filosofo, il mondo necessita sì di raggiungere una stasi ma solo a patto che questa possa essere nuovamente distrutta per far posto a quella successiva. È la concezione di una stasi che contiene in sé l’idea di un conflitto permanente, un “disordine” che “è sempre sottostante – come una costante – non prima dell’ordine, ma ‘sotto’ di esso.”(443)  Conflitto come unica possibilità per produrre il cambiamento, quel cambiamento che è costitutivo della vita, a cui noi, come singole parti, apparteniamo. La stasi allora non è assenza di tensioni ma al contrario ciò che le rende possibili. 

Nota 1: Stabilità, pubblicato in Tutti i racconti vol. 1 Fanucci
Nota 2: Ma qui la stabilità è vista come l’interdizione di qualunque dogmatismo tramite, paradossalmente, un dogmatico relativismo che si impone come legge dello Stato sopra ogni pretesa di verità assoluta.
Nota 3: Lawrence Sutin, Divine invasioni, Fanucci Roma 2001 p. 66
Nota 4: cioè da potere di relazione si trasforma in potere di costrizione.

Tra 7 giorni Esegesi 10 – Apologia pro vita mia

lunedì 27 febbraio 2017

ESEGESI 8 - Attraverso gli occhi dell'Altro



Sicuramente vale anche per Philip K. Dick, nella “sua incredibile (spesso ingenua) apertura all’altro”,1 quello che Michael Bachtin scrive a proposito dell’importanza del nostro rapporto con l’altro2 da noi: “Io prendo coscienza di me e divento me stesso, solo svelandomi per l’altro, attraverso l’altro e mediante l’altro.”3 Nel 1974 Dick, all’inizio della sua Esegesi, scrive: “Tutti gli incontri nel mondo fenomenologico (nel tempo e nello spazio) sono incontri interiori, con costrutti della nostra mente… qui e dovunque andiamo. Per sperimentare genuinamente, per incontrare davvero qualsiasi entità vivente in sé, bisognerebbe starci dentro, e averla in noi. (…) Si condividerebbe il suo mondo, ci si abiterebbe, si possederebbe la sua prospettiva; allo stesso tempo l’Altro possederebbe ciò che noi abbiamo come visione del mondo. (…) Non si vedrebbe l’Altro, si vedrebbe come l’Altro. Non possedendolo, ma possedendo il suo mondo. E questo non sarebbe tanto un ‘io sono nel tuo mondo e tu sei nel mio’, ma entrambi condividerebbero un mondo formato da entrambi i mondi precedentemente separati.”(91) Non possedendo l’altro ma possedendo il suo mondo e lui il nostro, e questo in che altro modo se non trovandoci reciprocamente in una zona di confine, liminare. Ci ricorda a proposito Bachtin: “tutto ciò che è interiore non è autosufficiente, è rivolto in fuori, è dialogizzato, ogni esperienza interiore viene a trovarsi sul confine, s’incontra con l’altra, e in questo incontro pieno di tensione sta tutta la sua sostanza.”  e ancora “l’uomo non ha un territorio interiore sovrano, ma è tutto e sempre al confine, e, guardando dentro di sé, egli guarda negli occhi l’altro e con gli occhi dell’altro.”4 Guardando ai romanzi di Dick e all’importanza che in essi rivestono due temi affini come l’empatia5 e la fusione6 si potrebbe essere portati a pensare che questo mondo condiviso, di confine, sia il mondo in cui tramite la capacità empatica l’incontro con l’Altro si realizzi attraverso una reciproca fusione. Ma in realtà sono proprio i personaggi più empatici, e che sono per questo quelli che provano più sofferenza nella tensione verso l’Altro, a rifiutare la fusione. E il Joe Fernwright di Guaritore galattico che rifugge dall’alettante simbiosi con il Glimmung e Il Rick Deckard che non si fonde nel mercerismo, così come il Barney Mayerson che rifiuta la fusione coatta col mondo totalizzante di Palmer Eldritch. Ci avverte a tale proposito ancora Bachtin: “di che cosa si arricchirà l’evento, se io mi fondo con un’altra persona e, invece di due se ne ha una?”7 Per Dick non di una fusione si tratta infine, ma di “una sovrapposizione più grande di quella che ciascuno dei due possedeva (…) Quest’improvvisa visione doppia, sovrapposta e simultanea verrebbe vissuta come se si guardasse una profondità addizionale: come se aggiungessero un’ulteriore dimensione spaziale. Come un abitante di uno spazio a due dimensioni all’interno di uno tridimensionale.”(91)

Nota 3: Michael Bachtin, L’autore e l’eroe, Einaudi, Torino, 1988
Nota 4: M. Batchin, L’autore e l’eroe, cit. p. 324

Nota 7: M. Bachtin, L’autore e l’eroe, cit. p. 79

Tra 7 giorni Esegesi 9 - Stasi

lunedì 20 febbraio 2017

ESEGESI 7 - Autore... chi?


“Diciamo che io sono ispirato a scrivere quello che scrivo da un’entità creativa al di fuori della mia personalità cosciente. (…) Non c’è dubbio che in tutta franchezza io non scrivo i miei romanzi nel vero senso della parola: essi provengono da qualche parte di me che non sono io.”(48-9) Questa distanza dell’autore dalla propria opera, al di là dell’abusata posa comune a tanti artisti, in Dick si colora di un’indicazione su una presunta provenienza in ‘qualche parte di me che non sono io’. In un altro momento riflettendo ancora sul rapporto con la propria opera sente “di essere stato molte persone differenti. Molte persone sono state sedute davanti a questa macchina da scrivere, usando le mie dita. Scrivendo i miei libri.” E estremizzando, prosegue dicendo che: “I miei libri sono falsificazioni. Nessuno li ha scritti. È stata la dannata macchina da scrivere, è una macchina da scrivere magica. O come John Denver trova le sue canzoni: li prendo dall’aria. Come le sue canzoni, i miei libri sono già lì. Qualsiasi cosa voglia dire.”(62) Non  è questo solo un problema di “dissolvenza dell’autore, disseminazione dell’opera, emergenza della collettività all’interno di una operatività artistica diffusa”1 non si tratta qui del confronto tra l’individuo e la collettività dal punto di vista del campo del fare artistico (se mai all’interno del passaggio dalla modernità alla postmodernità); qui entra in ballo il discorso sull’io, e su quell’io gonfiato da quella pretesa del dire autentico, originale. Non solo quel prendere da un humus creativo diffuso, (cosa del resto riconosciuta normale, per chi è onesto, nel fare artistico), qui si parla di ‘falsificazioni’, di macchine da scrivere che magicamente producono dal nulla. Michel Foucault incidendo in profondità il bisturi nella presunta materialità dell’autore ci dice che: “L’autore – o ciò che ho provato a descrivere come la funzione-autore – è probabilmente soltanto una delle specificazioni possibili della funzione-soggetto. Specificazione possibile o necessaria? Guardando le modificazioni storiche che si sono succedute, non sembra indispensabile, assolutamente, che la funzione-autore rimanga costante nella sua forma, nella sua complessità e finanche nella sua esistenza. Si può immaginare una cultura dove i discorsi circolerebbero e sarebbero ricevuti senza che la funzione-autore apparisse mai. Tutti i discorsi, qualunque sia il loro statuto, la loro forma, il loro valore e qualunque sia il trattamento che si fa loro subire, si svolgerebbero nell’anonimato del mormorio.”  Potremmo immaginarci a questo punto gli ottomila fogli dell’Esegesi non più salvati dalla solerzia dell’amico Paul Williams ma lasciati all’incuria, e sparpagliati, circolare per varie mani non innocenti, saccheggiati e manipolati fino a diventare una seria disputa tra appassionati e critici sulle presunte autenticità. “E dietro a tutte queste domande non si capterebbe altro che il rumore di un’indifferenza: ‘Cosa importa chi parla?’”2 Dick, questo ‘Hemingway della sub-cultura’3  potrebbe dire che chi parla è Valis e forse Foucault l’avrebbe trovata una risposta persuasiva.

Nota 1: Antonio Caronia, Reti e comunità. Oltre l’autore  
Nota 2: Michel Foucault, Che cos’è un autore?, in Scritti letterari, Feltrinelli, Saggi UE 2010, p. 21

Nota 3: Lawrence Sutin, Divine invasioni, Fanucci, Roma 2001, p.256


27 febbraio: Esegesi 8 – Attraverso gli occhi dell’altro 

lunedì 13 febbraio 2017

ESEGESI 6 - Nell'emporio di Archer


“La bottega sembrava zeppa di ogni specie di oggetti strani… ma il più strano di tutto era che, ogni qual volta Alice guardava attentamente uno scaffale, per veder bene quello che conteneva, quello appariva d’un tratto ai suoi occhi completamente vuoto, mentre gli altri tutt’intorno erano pieni zeppi. –Ma qui gli oggetti sembra che volino via,- disse ella alfine con voce lamentosa, dopo aver passato un minuto o due a inseguir vanamente una grossa cosa scintillante, che ora sembrava una bambola, ora una scatola di lavoro e si trovava sempre nello scaffale sopra quello in cui guardava. –E questo è il più irritante di tutti… ma vi dirò…- aggiunse, colpita da un’idea improvvisa, -che voglio seguirlo fino al ripiano lassù in cima. Non immaginerà di potersela svignare attraverso il soffitto, spero.- Ma anche questo piano fallì; l’oggetto passò tranquillamente attraverso il soffitto, come se per lui fosse una cosa consueta.”1 Nella bottega della pecora le certezze svaniscono, nel mondo di Alice come nel mondo di Ubik. Il non-senso che ne scaturisce ancor più che servire come contrappeso al senso, si insinua, come sostiene Deleuze, alla radice di ogni senso, corrodendolo e logorandolo dall’interno. Il senso si ammala ma al contempo ci costringe a focalizzare su di esso la nostra attenzione, a non darlo per ovvio; il senso si fa materia di lavoro costante. “Per fare un esempio, quando ho visto la Roma del 70 d.C. circa mi trovavo in un momento incredibilmente basso di vitalità (calore perdita morte). Ma come in Ubik (vale a dire nell’emporio di Archer) sia i periodi temporali che gli oggetti all’interno di essi esistevano simultaneamente. In effetti di nessuno dei due si potrebbe dire che è più reale dell’altro… una sorta di oscillazione (eppure in Ubik nessuno dei due era reale: entrambi erano illusori). Questo equivale a dire che si possono sbucciare a ritroso (da una parte) gli strati del 1974 e trovare il 70 d.C., e quindi la realtà con cui si ha a che fare non è una realtà (ma un’illusione)? Uno scherzo, un allestimento scenico? (…) Intuizione: come in Ubik noi (dobbiamo) mantenere il presente con una focalizzazione congiunta di sforzo e attenzione, costringendolo a essere stabile (e a non regredire).”(323) Ubik, quell’’emporio di Archer’2 dove le cose non rimangono mai le stesse; il mondo dickiano apparecchia una propria ‘bottega della pecora’ dove lo straniamento, lo spaesamento, non assolvono a una pura funzione destabilizzante capace di evocare l’insolito, l’inquietante, il non conosciuto: evocazione di un mondo presunto dall’’altra parte’3. Il qui e l’ora sono messi radicalmente in discussione evidenziandone la loro arbitraria legittimazione. Una messa in discussione che ha però in sé la volontà e la possibilità di  costruire una nuova capacità del vedere indispensabile al processo di trasformazione continua a cui la vita è legata per poter essere tale e continuare. “Quella narrazione gnostica su Cristo4 visto simultaneamente come bambino, uomo, vecchio, piccolo e calvo, basso e molto alto… mi ricorda gli avvistamenti, e i contatti ufologici con i fuochi fatui. E Zebra5 ha un po’ di quella qualità giocosa e allegra… proprio così. ‘Guarda sono qui… no, lì. Guarda, sono questo… no, quello.’ (Per esempio dal passato, dal futuro, da un altro pianeta, da un universo alternativo eccetera.) Indovinelli e burle… ci affascinano, ci allettano e ci incantano; e attraverso questo processo la nostra paura dello sconosciuto, del fremd (estraneo) viene meno. E diventiamo anche bambini ammaliati… assolutamente affascinati da questo schema emergente di quello che vediamo. Ci viene offerta in continuazione l’opzione di allontanare quello che ci viene mostrato dal maestro/burlone.”(434)

Nota 1: Lewis Carroll, Attraverso lo specchio, Einaudi Gli Struzzi, 1980 p. 173
Nota 2: Siamo nel 1976, cinque anni prima della stesura dell’ultimo romanzo di Dick La trasmigrazione di Timothy Archer, cosa realmente intenda Dick per ‘emporio di Archer’ rimane misterioso.
Nota 3: Alfred Kubin, L’altra parte, Adelphi, Milano 1965
Nota 4: Parte II^ nota 35: “Probabilmente Dick si riferisce all’Apocrifo di Giovanni, un testo gnostico sethiano in cui un Cristo dall’aspetto mutato dopo l’ascensione appare all’apostolo Giovanni. Gesù gioca un tiro simile negli Atti di Pietro, nel Vangelo armeno dell’Infanzia e in altri testi.”
Nota 5: Zebra, l’animale che si mimetizza nella savana, è un altro nome di Valis.

Lunedì 20 febbraio: Esegesi  7 – Autore… chi?

lunedì 6 febbraio 2017

ESEGESI 5 - Potrebbe non finire con me


Carlo Formenti tra gli studiosi italiani di Dick è quello che più di tutti ha insistito sulla religiosità dickiana, una religiosità “non meno visionaria di quella di Teilhard de Chardin, anche se il Dick ‘teologo’ non gode del credito accordato al filosofo gesuita: forse perché la sua concezione religiosa è decisamente più eretica (in quanto dichiaratamente gnostica, laddove Teilhard de Chardin resta un pensatore cristiano, per quanto atipico)”.1 Per avvalorare la sua tesi Formenti parla di una vera e propria folgorazione nell’incontro di Dick con la mitologia gnostica, e di una conseguente nuova luce sulle sue opere che avrebbero assunto “il significato di una sorte di rivelazione a posteriori.”2 Da qui sarebbero seguiti i romanzi di Valis e la “monumentale esegesi”, un opus che nel suo complesso costituirebbe un “discorso teologico complesso e coerente che, pur restando confinato nei limiti d’una bizzarra ‘religione personale’, intuisce e descrive le suggestioni escatologiche che emanano dalle reti di comunicazione vent’anni prima della nascita di Internet.”3 Il difetto di questa interpretazione teologica sta nell’accostare una visione, per quanto in odore di eresia, come quella di Teilhard de Chardin che poggia su una solida base di fede con una come quella di Dick che ha un retroterra affatto laico, come si evince chiaramente dalla sua descrizione della sua personale esperienza ‘mistica’: “sostanzialmente questa è un’esperienza religiosa, ma è anche di più perché non ci troviamo più in un mondo religioso; io sono una persona secolare e devo comprendere le mie esperienze in questo contesto. Altrimenti, anche se le comprendo, non posso comunicarle.”(99) Dick è persona che vive e sente il proprio essere secolare come il personaggio di Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?, Rick Deckard che non può invocare dio per essere salvato dalla ‘tomba del mondo’ come invece può fare il cervello di gallina Isidore. Come Deckard, Dick dovrà portarsi sulle spalle il fardello della propria esistenza umana senza il riparo di fede alcuna e pertanto non potrà più trovare consolazione dalla disperazione. Ma dovrà, potrà tracciare un nuovo cammino per l’umanità: “Dove questo porterà alla fine non so dirlo, ma fino a ora in tutti questi anni nessuno è giunto a trovare risposta alle domande che ho sollevato. Questo è inquietante. Ma… potrebbe essere l’inizio di una nuova era del pensiero umano, di una nuova esplorazione. Io potrei essere l’avvio di qualcosa di promettente: un primo esploratore incompleto. Potrebbe non finire con me.”(972)

Nota 1: Carlo Formenti, Incantati dalla rete, Raffaello Cortina editore, Milano 2000, p. 80
Nota 2: ibidem

Nota 3: ivi p. 81

Lunedì 13 febbraio: ESEGESI  6 - Nell'emporio di Archer

lunedì 30 gennaio 2017

ESEGESI 4 - Avere accesso alla verità


Scrivere per la verità è il compito che Philip K. Dick sembra essersi dato tramite la sua ricerca esegetica che coinvolge assieme alle esperienze liminari come quella del 2.3.74 (e altre date posteriori a quella ma di pari importanza) anche il proprio lavoro narrativo nel suo complesso: “ È nel mio lavoro che esiste il mio asse della crescita e io ne sono ben consapevole; sono da tempo a disposizione del mio lavoro, vedendo me stesso come suo strumento, e non esso come mio.”(1076) E cioè se la vita di Dick come sembra lui voglia e come sembra in effetti diventare sempre di più indissolubilmente legata alla verità è inevitabile che ciò comporti “un esercizio di incessante ‘alterazione’ dell’esperienza individuale, in un continuo diventare altro e mirare a una vita diversa o ‘altra’” ma, con in più, il rischio duplice “di non aver mai una rete di protezione, cioè di non sapere dove davvero ci conduce l’alterazione di noi stessi, e un rischio paradossalmente opposto e assai più temibile, quello di mirare comunque alla realizzazione rassicurante di un’’altra vita’.”1 L’essere riuscito, da parte di Dick, a far fronte a questo doppio grande rischio è forse il risultato più grande e anche il meno riconosciuto. L’aneddotica di un Dick in preda alle droghe e ormai completamente ‘fuori’, al di là delle concessioni che comunemente si permettono agli artisti e poeti maudits, sono tanto condivise quanto quella di un Dick convertito a una fede trascendentale. Ma proprio leggendo e rileggendo la sua ultima opera, la più privata e la più pubblica (nel suo essere priva di protezioni e maschere) non si può non vedere come la sua figura più intima e personale sia quella di “non farsi mai trovare là dove l’interrogazione di verità ci vorrebbe immobilizzare.”2 Dick ha resistito alla personale disgregazione proprio grazie alla sua ricerca che “è degna quanto la meta” e che è “vita dinamica della mente” e tramite la quale “io scrivo, io apprendo, io mi evolvo e cresco; dunque sono.”(1231) e allo stesso tempo è rimasto  indenne dalla tentazione della verità assoluta, rivelata, di un’’altra vita’: “Adesso sono convinto che la mia esperienza del 2-3-74 non è reazionaria ma che mi sta portando nel futuro… un vasto salto di qualità dall’azione politica a una colossale meta-visione della realtà che abbraccia il politico e lo spirituale, lo scientifico e il religioso: quello che per me personalmente può essere la sommatoria fondamentale della mia intera vita di ricerca e di visione del mondo; per me e per il genere umano si sta aprendo una nuova età in cui il sacro, che ci si attende dall’alto, per così dire, ritorna al fondo, allo strato di spazzatura del vicolo, umile e nobile, bellissimo e sofferente e vivo e cosciente”.(1165) Si può certo facilmente isolare il Dick religioso e vedere, come fa Carlo Formenti, “che la lunga ricerca del senso da parte dello scrittore raggiunge finalmente il proprio obiettivo, e cioè quella divinizzazione dell’uomo che coincide con il nucleo essenziale della gnosi fantascientifica.”3 Ma per quanto potrebbe sembrare lecita questa visione resterebbe comunque una visione parziale del pensiero di Dick. Una parzialità tendente a ridurre e a depotenziare una complessità che invece avrebbe bisogno, prendendo a prestito una felice espressione di Paolo Virno4, di un “materialismo dalle spalle larghe”. Qualcosa di molto simile a quel ‘materialismo spirituale’ che Philip K. Dick ha saputo costruire con tenacia, piacere e sofferenza nell’arco della sua non lunga ma intensa vita. 

Nota 1: Pier Aldo Rovatti, Dimmi chi sei. Foucault e il dilemma della veridizione, in Aut Aut n. 362 aprile-giugno 2014, Il Saggiatore, Milano, p. 46
Nota 2: P. A. Rovatti,  Dimmi chi sei. Foucault e il dilemma della veridizione, cit. p. 47.
Nota 3: Carlo Formenti, La gnosi di Philip K. Dick, in Trasmigrazioni. I mondi di Philip K. Dick a cura di V. M. De Angelis e U. Rossi, Le Monnier, Firenze 2006 p. 46

Nota 4: Paolo Virno, Promemoria su Ernesto De Martino, in Studi Culturali a. III n. 1 giugno 2006 p. 147

Lunedì 6 febbraio: ESEGESI 5 - Potrebbe non finire con me.

lunedì 23 gennaio 2017

ESEGESI 3 - Perché l'Esegesi?


Da dove parte questa esigenza di scrittura interminabile e privata che ha accompagnato Dick nei suoi ultimi otto anni? Tutto nasce da quell’avvenimento nella sua vita che viene sinteticamente ricordato come l’esperienza del 2.3.74. Data fatidica di quell’evento definito dallo stesso Dick come propriamente mistico; l’esegesi sarà allora per Dick: “un genere di tributo da parte mia all’importanza di quello che mi è capitato, di quello che ho visto, di quello che ho appreso; questa interminabile rimasticatura è un modo per preservare il ricordo di tutto ciò; ecco il punto vero e proprio, mantenere vivo il ricordo”(862) Ma non solo, con estrema lucidità potrà aggiungere che: “La stanchezza mi ha portato al punto in cui posso dire: ho seguito tutte le linee della discussione ed ecco dove portano, portano a dove sapevo di essere, al tempo in cui è accaduto. Ma è a questo che serve un’esegesi di un’esperienza mistica, a svilupparla razionalmente in modo da poterla esprimere a parole. Alla fine le parole non si trovano, però. Ma il tentativo deve essere fatto.”(863) Ora se questo motivo non potrà non sembrarci più che lecito, la nostra attenzione dovrà però concentrarsi sull’esperienza stessa di cui l’esegesi vuole a tutti i costi preservarne il ricordo. È realmente possibile definirla come esperienza mistica? Al di là di qualunque pretesa di verifica di realtà del fatto in sé, è possibile considerarla come un episodio avente le caratteristiche tipiche di altri episodi considerati tradizionalmente mistici? Per rispondere a queste domande prendiamo a prestito il criterio che uno studioso di storia delle religioni come Dario Sabbatucci ha sancito come essenziale per definire un’esperienza come propriamente mistica e cioè la sua “funzione salvifica” la sua promessa di “salvezza assoluta”. E la “salvezza assoluta” per un mistico “è la salvezza dal dover vivere da uomini (anziché da ‘santi’ o ‘illuminati’).1 Ma tutto si può dire del 2.3.74 tranne che sia servito per Philip K. Dick a farlo morire per rinascere come un profeta, o altro, in grado di creare una nuova religione o rivoluzionarne una esistente. Tutta l’esegesi testimonia un atteggiamento che cerca di ingaggiare un vero e proprio corpo a corpo con quell’esperienza per capire senza ridurre, e in cui quel “preservare il ricordo” fosse “un tentativo di capire la mia stessa comprensione”(1135) e un luogo in cui “sto pensando al mio stesso pensare”(1136) Ma l’esperienza del 2.3.74 non è neanche definibile come “pseudo-mistica” cioè, seguendo sempre Sabbatucci, funzionale soltanto a “una salvezza relativa” come lo sono quelle dei riti di passaggio che, l’antropologia ci insegna, servono in definitiva a far vivere meglio nella società, a integrarsi ad essa. Nulla di tutto ciò è accaduto a Dick, di certo il suo essere ‘fuori’ non è stato intaccato, anzi! Ma allora come definirlo questo 2.3.74? Forse dobbiamo attenerci proprio a quello che Dick ci dice nella sua esegesi:  “Non è una dottrina o nemmeno una teoria che sto fabbricando; è un’impressione, un cambiamento in me quanto a ciò che sono. Sono diventato non più lo stesso, dopo quanto è avvenuto, e questo è stato un impegno, un atto che si è protratto per anni da parte mia. Voglio essere differente per via di quello che ho visto; voglio essere cambiato per quanto più possibile (senza ovviamente falsificare quello che è successo).  L’ultima cosa che voglio ottenere da quell’esperienza è essere uguale a come ero prima di averla. E posso cambiare solo nella misura in cui comprendo quell’esperienza; e posso comprenderla solo (come dico) costruendo attivamente un modello interiore, adeguato, appropriato (di quello che è successo). Così questo non è un rendiconto passivo. Questo è un impegno artistico, spirituale, concettuale che implica anni di lavoro. La mia concezione cresce; non è statica. Mentre cresce io cambio.”(995) È allora azzardato parlare di un’esperienza spirituale, considerando la spiritualità, come diceva Foucault, come quell’”insieme di quelle ricerche, di quelle pratiche e di quell’esperienze (…) -che- per il soggetto, per il suo stesso essere di soggetto, rappresentano il prezzo da pagare per avere accesso alla verità”2? Una verità, come ci dice Dick, come quella del cristianesimo, ad esempio, dunque non come “la verità ma una verità, che può essere evitata o nella quale ci si può immettere come si fa con una scheda perforata, in modo voluto o per caso (io mi ci sono immesso per caso)”(857) Spirituale allora più che mistico perché non cambia solo il sé ma cambiando questo cambia necessariamente anche il mondo: “L’elemento spirituale in un uomo è identificato come un certo straordinario tipo o livello di ragionamento così qualitativamente differente dal normale ragionamento da presentarsi alle persone orientate verso la religione come divino, soprannaturale, un Dio o uno Spirito Santo dentro… eppure è in effetti una facoltà di ragionamento in cui le astrazioni e le inferenze sopraverbali prendono posto nella mente come straordinarie realizzazioni sul sé e sul mondo.”(1049-50)

Nota 1: Dario Sabbatucci, Saggio sul misticismo greco, Edizioni dell’Ateneo & Bizzarri, Roma 1979, p. 21

Nota 2: Michel Foucault, L’ermeneutica del soggetto, Feltrinelli UE Saggi, Milano 2011, p. 17

Lunedì 30 gennaio: Esegesi 4 - Avere accesso alla verità