Visualizzazione post con etichetta Voci lettera R. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Voci lettera R. Mostra tutti i post

sabato 13 maggio 2017

Razionalità


La razionalità come capacità umana di andare oltre la pura percezione e di prescindere dallo stato emozionale per distinguere tra il vero e il falso e di sottoporre a verifica il risultato raggiunto è il bersaglio principale di gran parte della fantascienza degli anni ’50 (sia letteraria che cinematografica) indicando nel massimo risultato che questa facoltà umana ha prodotto, la modernità tecnico scientifica, la più grande minaccia alla sopravvivenza dell’umanità stessa. La produzione dickiana di quegli anni, in gran parte racconti, gioca con questa paura; limitandoci a due esempi: nel racconto NON-O (1958) saranno le “masse emotive” formate dalla gente comune ad opporsi al mondo della super-logica (e delle super armi) dei mutanti, esseri “totalmente logici e privi di qualunque empatia”. Nel racconto del 1955 PSI al posto dell’emotività delle masse, la donna, essere emotivo per eccellenza “gli uomini costruiscono le macchine, organizzano la scienza, la città. Le donne hanno le loro pozioni e le loro misture”. Negli anni ’60 il termine razionalità e irrazionalità praticamente scompare, occorrerà arrivare alle opere più tarde per vedere riproporre in forma nuova entrambi i termini: in VALIS (1978) una presenza aliena (o forse divina) è causa di una esperienza limite per il protagonista Horselaver Fat, che così la descrive: “l’universo poteva essere irrazionale, ma qualcosa di razionale era penetrato dentro di esso, come un ladro di notte penetra in una casa addormentata.” Razionale e irrazionale non sono più due facili visioni da mettere in contrapposizione, il problema si complica, la razionalità stessa ha bisogno paradossalmente di una cosa irrazionale come la fede, come dimostra sempre un personaggio di Valis “Fra tutti noi, Kevin è quello che possiede meno irrazionalità, e, quel che più conta, più fede.” 

sabato 11 giugno 2016

Rushmore


Rushmore o “IoT” (Internet of Tinghs) “è un concetto, non una singola tecnologia che potete acquistare in negozio”1 “Diede una manata sul tavolo, e quello fece un salto, mettendosi poi freneticamente a radunare i piatti vuoti come un animale spaventato. Quindi schizzò via dalla stanza e sparì in cucina” in FOSTER, SEI MORTO, racconto del 1955, uno dei primi coloriti esempi dell’effetto Rushmore inventato da Dick.  Se lo spaesamento  degli oggetti che acquistano vita propria ha trovato l’immagine più inquietante nella loro rivolta proprio contro l’uomo che li ha costruiti, come accade per esempio nei film di Buster Keaton, con Dick questa ribellione, da autonomo sintomo d’insofferenza fine a sé stessa, diventa disobbedienza nei confronti dell’utente e servilismo verso il potere che li ha progettati e li sfrutta a proprio vantaggio.  È peraltro una rivolta non più muta, che parla ma non dialoga, se non per riconfermare la propria posizione irremovibile. “Con un balzo si alzò, aprì il comodino e tolse le istruzioni. Sì! Era obbligato a sognare ogni volta che adoperava il letto… a meno che… certo, a meno che non avesse azionato la leva del sesso. Lo farò, decise. Gli dirò che sto conoscendo una femmina in senso biblico. Tornò a stendersi e attivò il circuito di sonno. – Il tuo peso è di sessantatré chilogrammi e quattrocentoventi grammi, - disse il letto. – E su di me è appoggiato esattamente questo peso. Per cui non sei impegnato nella copulazione. – Il meccanismo disinserì il circuito di sonno , contemporaneamente, il letto iniziò a riscaldarsi; sotto il corpo di Joe gli avvolgimenti divennero decisamente caldi. Non poteva stare a discutere con un letto arrabbiato. Joe attivò il sincronismo sonno-sogno e chiuse gli occhi rassegnato.” GUARITORE GALATTICO (1967). Tra i più famosi, ed esilaranti, effetti rushmore i più ricordano il frigorifero e la porta di casa di Joe Chip in UBIK (1966); ma vanno ricordati anche il distributore di giornali, la teiera, i taxi automatici e soprattutto il dispositivo salvavita dell’armadietto dei medicinali di I GIOCATORI DI TITANO (1963): “L’armadietto dei medicinali disse: - Signor Garden, mi sto mettendo in contatto con il dottor Macy a Salt Lake City, a causa delle sue condizioni. - - Ma quali condizioni? – Fece Pete. Rimise in fretta le capsule di Enfital nel loro flaconcino. – Visto? – Restò in attesa. - È stato soltanto un gesto, una cosa momentanea. – Eccolo qui a supplicare l’Effetto Rushmore del suo armadietto… macabro. – D’accordo? – Gli chiese speranzoso. Un clic. L’armadietto si era chiuso. Pete sospirò di sollievo. Il campanello suonò. Che altro succede? Si chiese, attraversando l’appartamento in cui aleggiava un vago odore di muffa, il pensiero ancora ai sonniferi che poteva prendere… senza attivare il circuito d’allarme dell’effetto Rushmore.”

martedì 22 settembre 2015

Rischio


Il rischio è la caratteristica prima della vita. Ed è una donna, Annette Golding, che nel romanzo FOLLIA PER SETTE CLAN (1963-4) rappresenta il clan degli schizofrenici polimorfi ad affermare che “non esiste una difesa perfetta. Che non esiste protezione. Essere vivi significa essere esposti; è nella natura della vita correre dei rischi. E’ l’essenza del vivere.” Proteggersi dal rischio vuol dire non vivere. E’ quello che un personaggio di NOSTRI AMICI DI FROLIX 8 (1968-69), Zeta, seguace di un movimento politico perseguitato, chiede all’amico Nick, timoroso di prendere un opuscolo di propaganda sovversiva: “Ma come fai ad essere vivo se vivi così?” (…) Si deve correre il rischio. La vita stessa è un rischio. Ti chiedi: - Ne vale la pena? – e tu rispondi: - Sì, perdio, ne vale la pena.” Per gli androidi “il rischio c’è in ogni caso quando si scappa e si viene qui sulla Terra, dove non siamo considerati neanche alla stregua degli animali.” MA GLI ANDROIDI SOGNANO LE PECORE ELETTRICHE? (1966). Il rischio, infine, è la consapevolezza che nell’assumercelo liberamente noi sfidiamo, con la sorte, anche chi ne tira i fili; come quegli alieni abitanti di Titano, giocatori onnipotenti, che proprio per il loro assoggettamento al rischio come caratteristica istintuale, risultano, in ultima analisi, ben più succubi del fato del misero e precario essere umano terrestre I GIOCATORI DI TITANO (1963).

domenica 7 dicembre 2014

Robot


I robot avranno infine cura di noi? Come scriveva Samuel Butler alla fine dell’Ottocento in Erewhon “c’è motivo di credere che le macchine ci tratteranno con bontà, perché la loro esistenza dipenderà in larga misura dalla nostra. Ci governeranno con severità, ma non ci mangeranno.” Nel racconto del 1953 I DIFENSORI DELLA TERRA Dick immagina che gli abitanti della terra, durante la guerra nucleare, si siano rifugiati nelle viscere del pianeta e abbiano lasciato in superficie solo i robot a combattere quella guerra che devastava tutto e sembra ma non volesse mai finire. Ma in realtà i robot, più giudiziosi de4gli umani, l’aveva già fatta finire e ingannavano quest’ultimi facendo credere loro il contrario. La stessa trama sarà alla base del romanzo LA PENULTIMA VERITA’ (1964), così come le città con i robot che sostituiscono i loro abitanti in tutte le funzioni necessarie si ritroverà anche nel romanzo I GIOCATORI DI TITANO (1963). Altri robot che sopperiscono alla responsabilità e fatica del lavoro si trovano nei primissimi racconti, come L’UOMO VARIABILE e IL MONDO IN UNA BOLLA, entrambi del 1953. In pochi casi i robot rappresentano una vera e propria minaccia, nel 1954 abbiamo i racconti IL MONDO DI JON e soprattutto JAMES P. CROWN  in cui riescono addirittura a prendere il sopravvento e a rendere servi (anche se non proprio schiavi) gli umani. Ma sostanzialmente il robot non è un essere pericoloso, “E’ interessante che io mi fidi di un robot e non di un androide. Forse perché un robot non cerca di ingannarti sulla sua vera natura” scrive lo stesso Dick in una nota del 1978 al racconto L’ULTIMO DEI CAPI (1954) in cui in una terra regredita rimane in una sola città nascosta in una valle un robot detentore delle antiche conoscenze, “Lui manteneva vivo un mondo razionale, evoluto. Un’oasi di produttività in un deserto di decadenza e silenzio”; ma oramai purtroppo era vecchio e arrugginito. Un ruolo importante assolto dai robot è l’insegnamento come avviene nella colonia di Marte, NOI MARZIANI (1962) in cui gli insegnanti sono meccanici e si chiamano: Aristotele, Sir Francis Drake, Abramo Lincoln, Giulio Cesare, Wiston Churchill, Thomas Edison, Whitlock, Babbo benevolo, Mark Twain, l’Imperatore Tiberio, Immanuel Kant, Filippo II di Spagna e infine il bidello iracondo. Ma è un ruolo difficile e non privo di inconvenienti, nel racconto PROGENIE (1954) l’educazione dei bambini è affidata fin dalla nascita ai robot ma alla fine i bambini trovano che i loro genitori emanino un odore particolare, forse l’odore sgradevole dell’essere vivi. Ogni tanto si incontrano anche robot coscienti della loro condizione, diciamo non proprio felice, come nel racconto UN REGALO PER PAT (1954) in cui il protagonista chiede al robot che conduce il taxi: “_possono essere licenziati i robot?_  _A volte. (…) Però consideri che i robot vengono frequentemente smantellati, fusi, e dai loro resti vengono fatti nuovi robot. Ripensi al Peer Gynt di Ibsen, alla scena del Foggiatore di Bottoni. Quel passaggio anticipa chiaramente in forma simbolica il trauma dei futuri robot.” Ma bisogna arrivare al 1967 col romanzo GUARITORE GALATTICO per trovare un robot cosciente della propria natura artificiale e che in un qualche modo ne reclama il diritto d’esistenza; all’affermazione del riparatore di vasi Joe Fernwright “Visto che sei un robot, non capisco perché tu sia coinvolto emotivamente in questa faccenda. Tu non hai vita.” Il robot Willis controbatte che “Nessuna struttura, nemmeno una artificiale, gradisce il processo entropico. E’ il destino ultimo di ogni cosa, e ogni cosa vi si oppone.”

martedì 11 novembre 2014

P. K. Dick: Resuscitare


In L’ANDROIDE ABRAMO LINCOLN (1962) il resuscitare  è l’inquietante visione di chi si immagina tornare a vivere dopo la morte nei panni di un simulacro fatto a nostra immagine e somiglianza che ci obbligherà a ritornare nel dolore di una rinascita in cui “c’investirà come turbine, ancora una volta la realtà”. Resuscitare diventa cosa comune in IN SENSO INVERSO (1965) in cui il tempo ha invertito la propria direzione facendo scorrere i processi vitali al contrario e riportando i morti alla vita. Viene così ad esaudirsi nel mondano “il compimento di quanto afferma S. Paolo nella Bibbia, quando dice: O tomba, dov’è la tua vittoria?.” Ma nel mondo governato dalle regole che conosciamo, la capacità di resuscitare i morti rimane legata ad alcuni individui particolari, come Wibur Mercer, creatore della religione del mercerismo, che da giovane verrà punito dalla legge proprio per l’esercizio della sua “facoltà di invertire il tempo, per mezzo della quale i morti ritornano in vita” MA GLI ANDROIDI SOGNANO LE PECORE ELETTRICHE? (1966). Una facoltà rischiosa come viene ancora ricordato in VALIS (1978) “Asclepio venne prima di Cristo e resuscitò un uomo dalla morte; per questo atto, Zeus ordinò a un ciclope di ucciderlo con un fulmine. Anche Cristo venne ucciso per quello che aveva fatto: resuscitare un uomo dalla morte. Elia riportò in vita un fanciullo e sparì poco dopo in un turbine di vento.”

domenica 26 ottobre 2014

P. K. Dick: Radio



La simpatia di Philip K. Dick per gli strumenti tecnologici dei mass media  è tutta dalla parte della radio in contrapposizione a una certa diffidenza, se non vera avversione, nei confronti della televisione. La radio è tendenzialmente liberatrice, come viene presentata in uno dei suoi ultimi romanzi RADIO LIBERA ALBEMUTH (1976 ). La canzone, con il messaggio criptato che svela l’inganno del finto potere democratico U.S.A., viene diffuso tramite la radio e l’immagine finale del romanzo affida la speranza di una possibile rivolta a comuni ragazzi che accendono le loro radioline portatili. Ma già nei primi romanzi la radio si presenta come potenziale strumento di disvelamento dell’illusione coatta, come in  TEMPO FUORI DI SESTO(1958 ) in cui il protagonista comincia a sospettare di essere prigioniero in un mondo illusorio costruito da altri quando, riuscendo a costruirsi una rudimentale radio a galena, capta strani messaggi che parlano di lui. E ancora in CRONACHE DEL DOPOBOMBA (1963) la radio è lo strumento che permette al cosmonauta Walter Dangerfield, in orbita intorno alla terra e impossibilitato a scendere, di trasmettere ai sopravvissuti all’olocausto nucleare, la lettura di opere letterarie. Un appuntamento giornaliero (a seconda dell’orbita della nave) che consente a una civiltà in faticosa ripresa, nonostante la frammentazione in piccoli villaggi autonomi e reciprocamente diffidenti, di sentirsi ancora comunque comunità. 

mercoledì 22 ottobre 2014

P. K. Dick: Realtà


Se pensiamo a quel labirinto di illusioni di cui è composta tutta l’opera di Dick, sembrerebbe rimanere ben poca cosa di un’entità così austeramente concreta come la realtà. Ma esiste pur sempre, dura e ostinata, tanto che anche “quando uno smette di crederci non svanisce”, VALIS (1978). E’ quel tipo di realtà che si tocca con mano “Provò a toccare la parete della veranda. Era indubbiamente solida.” LA CITTA' SOSTITUITA (1953), e che non cede alle lusinghe di proprietà extrasensoriali “-Spinga, concentrandosi al tempo stesso sul fatto di far passare la sua mano attraverso le molecole della parete…-. La mano fallì nel tentativo di passare attraverso le molecole.” REDENZIONE IMMORALE (1955). Eppure, poche pagine più avanti ecco il vescovo Berkeley con “tutte quelle storie sulla realtà suprema” in agguato e la realtà di quel mondo svanire “dappertutto discese il buio. – Gretchen – disse. Non ci fu risposta. Soltanto il silenzio.” E ancora, sornione, il vescovo ricompare in TEMPO FUORI DI SESTO (1958) “Ho letto un po’ ai miei tempi – disse Reagle. – Pensavo al vescovo Berkeley. L’idealista. Per esempio…- Accennò al pianoforte nell’angolo del salotto. – Come sappiamo che quel piano esiste? - - Non lo sappiamo – disse Vic. – Forse non esiste - - Mi spiace, - concluse Vic, - ma per quanto mi riguarda queste sono solo parole. –“. “Solo parole” come quelle scritte sui pezzetti di carta che compaiono al posto delle cose vere quando queste svaniscono. “Il chiosco delle bibite andò in pezzi. Molecole. Vide le molecole incolori, prive di qualità, che lo formavano. (…) Al suo posto c’era un pezzetto di carta. Recava scritto, in stampatello, CHIOSCO DI BIBITE.” Il problema della realtà è ovviamente onnipresente in Dick ed è di fatto la vera posta in gioco, persa la quale non rimane nulla “la struttura della realtà stessa, l’universo e ogni sua creatura vivente” svaniscono, DIVINA INVASIONE (1980). In definitiva potremmo dire con Dick che il mondo reale è quell’”insieme di dolore e bellezza” che il nostro procedere va incessantemente costruendo “camminando, mi resi conto che ero io, in un senso molto reale, a creare il mondo di cui avevo esperienza. Creavo il mondo, e al tempo stesso lo percepivo.” LA TRASMIGRAZIONE DI  TIMOTHY ARCHER (1981).